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Di cultura & società con tanto di colonna sonora. Come a dire: canta che ti passa. (dopo avermi letto canticchierete tutto il giorno)

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sabato, 28 maggio 2005,ore 15:41

Think

(You better think about what you're trying to do to me)

 


 

Affermare che l’embrione non sia persona è cosa priva di ogni fondamento; è stata ottimamente dimostrata l’infondatezza giuridica di questa affermazione (si vedano le argomentazioni del prof. Catalano), e l’infondatezza filosofica (Severino per contro fa riferimento alla sola tomistica, ma si guarda bene dal pronunciarsi quale studioso moderno a suffragio di certe fole, secondo le quali si evince che un seme di baobab -diverso dal seme di zucca-  non sia in sé un baobab perché non si manifesta nell’immediato in tutta la sua immane baobabità); non resta che sviluppare una sorta di prova biologica di questa inesattezza. Tale argomentazione non ha comunque l’intenzione di affermare che l’embrione sia per contro una persona. Questo non è argomento che riguardi la biologia. La biologia può fornire dei riscontri oggettivi.

 

Intanto occorre capire cosa, in questo caso, intendano per “persona”. Dalle asserzioni che ho raccolto qua e là ho trovato tre posizioni riassuntive:

E’ persona:

1-     L’individuo con un sistema nervoso sviluppato

2-     L’individuo raziocinante

3-     Il soggetto di diritto

Dunque tutto ciò di cui abbiamo bisogno per personificarci è di un cervello che sappia far uso del raziocinio! Certo che la presenza di una mente complica davvero le cose: ma ciò che è insospettabile, per i più, è che i geni, prima della conseguenza di ogni cosa, abbiano previsto lo sviluppo di un sistema nervoso sovrabbondante rispetto alle loro esigue e meccaniche necessità (lungimiranti, eh?).

La cerebralità (divinità creatrice e distruttrice di universi), il pensiero che suppone se stesso, è arrivato a contemplare i geni, poi a sballottarli, come se quei geni non fossero parte integrante, anche se infinitesima, della sua intelligenza, e poiché per alcuni l’intelligenza ha assunto solo una natura culturale e non anche naturale, oggi la rotella del pensante ha architettato per il concetto di adattamento nuovi significati.

L’esperienza e la conoscenza danno luogo all’evoluzione del cervello e quindi del pensiero, direbbero certi illuminati embriofagi. No, mica è così, perché dalle punte di selce ai protocolli TCP/IP, il cervello non è variato nella sua morfologia e citoarchitettonica. Ma che cosa è cambiato invece?

Sostanzialmente i meccanismi cognitivi cerebrali non si sono evoluti nemmeno rispetto a circa 3000 anni fa, e almeno una prova documentale la possiamo fornire: la complessità metaforica e argomentativa contenuta nei Libri Sapienziali del Vecchio Testamento (scritto molto tempo prima dell’avvento di Cristo).

Ciò che si è sviluppato nell’organo deputato al pensiero sono solo le connessioni intersinaptiche in senso numerico e, checché ne dicano quelli di scientology, tuttavia, con la potenzialità sinaptica (forza del pensiero?) manco se t’impicchi potrai far oscillare un lampadario da tre metri di distanza.

Ma tant’è che il gene, iota che regge l’intelletto, ora viene smembrato e ricomposto quasi come a essere scrollato: “Perché non parli?”.

Si presume che il raziocinio si rinnovi e si evolva solo grazie a contributi estranei al genoma (leggi fattori antropologici), ed è certamente questa circostanza che illude qualcuno a prefiggersi l’onnipotenza emancipante dalla natura.

Con tutto ciò ho inteso dire che dal paleoencefalo al neoencefalo la progressione evolutiva non è avvenuta tanto per le sollecitazioni socio-ambientali-culturali, quanto anche per un programma genetico che ha già una sua compiutezza intrinseca, tant’è che l’encefalo è quello che ci ritroviamo e più complesso di così, da un punto di vista strutturale, non diventerà, persino qualora arrivassimo a praticare viaggi intergalattici. Come una mano o un piede, esso è già strumento completo da sempre e pre-programmato. Le personcine pensanti dovrebbero però fare chiarezza se relativamente al pensiero intendano fare una distinzione quantitativa da un punto di vista culturale o biologica.

Appurato che da un punto di vista culturale il pensiero non stabilisce evidenze personali, ora non resta che la mera verità dell’assenza nell'embrione di organi preposti al pensiero: già.

L’embrione ne è visibilmente privo, ma ragionare quantitativamente ovvero in termini di massa, di chili di materia grigia pensante costituisce un grave pre-giudizio: l’assenza tangibile non si identifica con l’assenza di tutte le informazioni uniche e irripetibili che serviranno da fondamento a un organo già programmato per essere complesso.

Se volessimo ragionare in termini di cm2, l’area interna circoscritta dall'esigua scatola cranica dell’Uomo di Neanderthal non ha mai fornito evidenze sulla complessità o addirittura circa la sussistenza del pensiero in quegli ominidi: si sono estinti, non potremmo mai domandare loro se con una fronte così sfuggente si potessero autodefinire individui, probabilmente non sapevano costruire utensili complessi, ma chi ci dice che piuttosto non occupassero il tempo a disquisire dei massimi sitemi? - dal momento che la tecnica e la cultura non coincidono necessariamente, altrimenti si potrebbe affermare che per avere patente di persona il filosofo dovrebbe quantomeno fare anche il manovale (è evidentemente una battuta, so benissimo la differenza che passa tra capacità cognitiva e capacità d'apprendere: era solo per dire che dell'uomo neanderthaliano ignoriamo i livelli di entrambe).  

Parallelamente, in relazione alle capacità cognitive, oggi possiamo usare la tastiera del PC con una scatola cranica parimenti capiente di quella dell’homo sapiens il quale (che ignorante!) dipingeva le volte delle caverne con le sole dita; ecco dimostrato che non esiste una relazione biunivoca né tra comportamento e ambiente e né tra comportamento e sviluppo del sistema nervoso centrale. Ergo: non esiste una valutazione in termini quantitativi dell’intelletto rispetto alle dimensioni e alla presenza dell’organo che permette di pensare.

In cosa consiste dunque il raziocinio? Che sia legato alla completezza e alla integrità dell’insieme del tessuto nervoso? Una corbelleria di questo tipo con la patente di pensiero scientifico è davvero troppo per me!

Un uomo privato del suo lobo temporale ha quote assai raziocinanti.

Un uomo privato del corpo calloso è raziocinante, ve lo assicuro.

Dunque?

Cielo! Dietro il brancolare soggettivo alla ricerca di segni di certezza, una certezza deve pur esserci!

Dice: “Persona = Pensante, vedete di farvelo bastare!”

Ed ecco che la personcina dello scienziato prezzolato pensante va a pensare a come delegittimare un essere vivente predisposto al pensiero: esso non pensa non essendo persona che pensa.

Il sistema che spiega se stesso, pur ricorrendo a sottrazioni o addizioni, è una rara stupidaggine.

Il legislatore allora dovrà precipitarsi in sostegno del prezzolato scienziato pensante con una sorta di aberrazione normativa del cogito cartesiano, ma non è che Cartesio colga la “personalità” del pensante, la sua non era una valutazione ma una funzione. Tuttavia, per qualcuno che ha trovato moderne le armi dialettiche (spuntate) del darwinismo e del tomismo, anche un bel cogito ergo sum piazzato lì a vanvera può avere la medesima maccheronica dignità. E così la vanverologia del raziocinante riempie i tomi, i quotidiani e le zucche vuote a suffragare un’idea balorda ma dall’indiscutibile utilità economica.

Ora è evidente che abbiamo davanti (più che un individuo raziocinante) una creatura che non ha una cultura etica del creato, e rigetta quella che è concezione etica dell’ambiente: il gene ha una componente etica nella quale siamo gettati ma di cui non siamo padroni. Poiché uomo e genoma dimorano, punto. Ethos. Che c’entra la persona? E’ il genoma che determina gli Einstein e i Forrest Gump (due persone, dico bene?), e lo farà ancora per i millenni a venire; tanto per rivendicare la paternità del raziocinio al DNA e non al raziocinante che deambula. E’ il genoma che dà e che toglie, e colui che è scaturito e si è evoluto dal genoma non avrà viceversa mai mano in questo con un microscopio elettronico a scansione a misurare quantitativamente il pensiero. Lascio a voi ogni giudizio di valore sull’evoluzione, quella culturale, e vi lancio una domanda: indovinate perché non è la qualità del pensiero a determinre la legittimità ad essere persona, invece che la quantità?

 

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note
mercoledì, 25 maggio 2005,ore 22:14

Somethin' Stupid


 

 

GRANDE CONCORSO:

Chi ha fatto la seguente affermazione?

Consentire, come la scienza rende oggi possibile, di far nascere solo persone sane, non affette da gravi malattie, è eugenetica? Bene: siamo per l'eugenetica, siamo per questa eugenetica. Siamo per il miglioramento della specie, perché no? O dovremmo forse militare sul fronte opposto, quello del “peggioramento” della specie? Non potremmo mai: troppo amiamo la vita, e amiamo l'uomo.

 

 

a) Charles Darwin

b) Joseph Goebbels

c) Julius Evola

d) Heinrich Himmler

e) Antonio Tombolini

f) Il dentista di Margherita Hack

g) Cesare Ragazzi

Chi indovina vince un viaggio di una settimana per due persone e un bambino (purché sani e ariani) in Paraguay: alloggeranno presso un albergo a quattro croci (di ferro) con vista panoramica sul cimitero dove riposa la salma del Prof. Dott. J. Mengele. Trattamento All Inclusive.

Scade il 12/06/2005. Aut. Min. Conc.

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note
mercoledì, 25 maggio 2005,ore 01:19

Would I lie to you?

 


 

Racconterò in termini agevoli una storia, la storia della SFERA LEGGENDARIA, che a prima vista è priva di attrattiva, ma che in realtà è molto affascinante e spiega in parte la direzione sbagliata dell’inane sforzo della ricerca genetica e in parte spiega il mio credo in quella evidenza che è la vita benché essa abbia delle modalità apparentemente meccanicistiche (mi si perdonino qui sparute tracce di metafisica).

Quando galleggiavamo pressoché inerti nel famoso brodo primordiale (tanto per partire da vicino), senza braccia, né gambe, né pensiero, un qualche anelito alla conservazione o prospettiva più vantaggiosa al nostro permanere in quello stato, ci indusse a simpatizzare con un’altra vita. Era qualcosa di bitorzoluto e bruttino e galleggiava vicino a noi; e noi, senza la coscienza di noi e della nostra pochezza che allora più di oggi ci poneva alla mercé di qualsiasi folata di vento, entrammo in relazione con questa piccola “inutile” vita.
Saranno stati taluni richiami biochimici (i cito-dialoghi, li battezzerei), una fatalità, un’opportunità, o la vaga “consapevolezza” del succitato bitorzolo della sua bitorzolaggine che, com’è come non è, ci ritrovammo in questo traffico di informazioni citochimiche, da esistenze separate e completamente dissimili, a condividere alla fine un’esistenza sola.
Il bitorzolo di cui parlo è il “banale” mitocondrio (il suo etimo spiega il mito vivente), un fagiolo vivo che campeggia nel citoplasma cellulare e che con le sue capacità di produrre energia, costituisce il motorino della cellula vivente.
Forse senza di essi (sono più d’uno gli inquilini) saremmo, insieme a un mucchio di altri esseri viventi, sostanzialmente diversi: chi lo sa? Masse di grasso immerse nei lipidi, per ovviare all’esigenza del glicogeno?
La scoperta del fatto che il mitocondrio abbia geni propri (essa risale al 1963), ci ha permesso di supporre un evento straordinario: l’informazione di tipo chimico contraccambiata che ha fatto sì che avvenisse un mutuo scambio tra due entità diverse, una cooperazione nella quale fatico a vederci un evento meccanicistico, che è più vicino a un’evenienza utilitaristica di quanto si creda.
Perché? A che pro? Quale evenienza si rendeva imprescindibile?
C’è un estraneo dentro noi (anzi più d’uno). Questo estraneo non potrebbe divenire null’altro che sé stesso (si replica solo per scissione), sia fuori che dentro di noi; questo fagiolino ha un DNA proprio, il furbastro, e non esita a portarsi dietro tutto ciò che lo riguarda, persino le sue inesattezze; esso è se stesso oggi come 1.200.000.000 anni fa, al contrario di noi. Per la precisione, questi mitocondri sono bagaglio materno, sono presenti nella cellula uovo, mentre nello spermatozoo risiedono nella coda, che va perduta alla fecondazione.

Venendo al sodo, l’amicone, compagnero millenario e dei millenni a venire, ci indica con la sua presenza non solo che la comunicazione cellulare, lo scambio d’informazioni, può avere un valore aggiunto al di là del programma automatico dell’essere vivente e pone un problema su chi o cosa (il caso?) regoli a monte specifiche circostanze, ma ci indica in qualche modo l’inafferrabilità della vita e, di conseguenza, che siamo lontani dal risolvere la morte e la malattia.

Queste sono alcune delle numerose malattie da imputarsi a una mutazione infausta del DNA mitocondiale o a cattivi funzionamenti di quest’ultimo ad opera del DNA nucleare. Esse possono in molti casi comparire nelle prime fasi dello sviluppo embrionale oppure comparire nel corso della vita.

Quando il fenotipo fa un pernacchio a Mendel e ai suoi schemi, la genetica si arrende (o dovrebbe farlo) mentre il mitocondrio ride.

- Morbo di Alzheimer
- Oftalmoplegia cronica progressiva
- Diabete mellito
- Distonia
- Sindrome Kearns-Sayre
- Sindrome di Leigh
- Neuoropatia ottica ereditaria
- Encefalomiopatia mitocondriale
- Epilessia mioclonica
- Retinite pigmentosa
- Sindrome di Pearson


Questo elenco, a scopo esemplificativo, dimostra la bugia che racconta chi ambisce all’embrione quale rivelazione per la genetistica. Nessuna ricerca embrionale potrà venire a capo delle falle contenute in un altro codice; e come ignorare che le malattie di cui si sono resi responsabili alcuni geni del DNA nucleare sono un numero esiguo rispetto alle centinaia e centinaia di malattie causate da ben altro che la bizzaria della natura?
Saremo sempre indifesi dunque? Sì.
La cura di poche gravi malattie garantita dal sacrificio di milioni di piccoli Isacco, potrebbe migliorare un pochetto la vita umana ma a fronte di ulteriori sacrifici o prezzi altissimi: il sistema previdenziale, per dirne una, da questa menzogna ne verrebbe annientato e relegherebbe in un cantuccio i morti di fame, i senza-soldi.
Le multinazionali del farmaco che sono in grado di sostenere la ricerca (quella sbagliata), non sono testimonianza della potenza evolutiva dell’uomo, sono qualcos’altro: nuovi dinosauri, grossolani e inadeguati alla natura, che attendono il buon asteroide che li annienterà.
Davanti alla vulnerabilità umana, l’unica difesa è la ragione.

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categoria : bimbi, bio



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domenica, 22 maggio 2005,ore 22:26

The Devil's Own 


 

Per chi si trovasse a transitare nel senese, consiglio di passare senz'altro per Sarteano. Dal 4 giugno verrà aperta al pubblico per la prima volta la tomba etrusca nella necropoli delle Pianacce dove è stato rinvenuto l'affresco della Quadriga Infernale: un ciclo di straordinaria incisività nel quale campeggia una quadriga trainata da due leoni e due grifoni, guidata da un sinistro demone rosso nel quale si è voluto identificare Charun, omologo del greco Caronte.

[...]Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona.[...]

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sabato, 21 maggio 2005,ore 19:51

So may it secretly begin - Still life talking


 

Il linguaggio è stato acquisito in due circostanze successive: gli ominidi, erano geneticamente dotati di una forma rudimentale di protolinguaggio per cui il genoma di homo sapiens-sapiens è stato arricchito con le componenti di un insieme completo di strumenti linguistici.
Poiché ciò non è sostanziabile, si può accettarlo soltanto su un piano apodittico.
Ma ricordiamoci che saltum natura non facit.  Lo sviluppo è un processo graduale e lo vediamo chiaramente nell’evoluzione degli esseri umani dagli ominidi agli uomini odierni.  Inoltre ciò è confermato dalla continuità dello sviluppo degli strumenti più rudimentali fino agli odierni strumenti high-tech.
Il gene del linguaggio umano FOXP2 ha una sequenza tipica che non è presente in nessuna altra specie che usa forme di linguaggio -come negli uccelli il canto - , esso è responsabile della produzione di una proteina, indispensabile al funzionamento delle differenti aree del linguaggio e la cui mancanza provoca nell'uomo difficoltà a separare le parole e a generare spontaneamente la sintassi.
Il linguaggio simbolico dell’uomo è sorto il giorno in cui certe combinazioni e associazioni nuove in un determinato individuo hanno potuto essere trasmesse ad altri individui senza morire con lui.
La pressione selettiva che ha orientato questa peculiarità della specie non si è mai riscontrata in nessun’altra linea evolutiva, benché talune specie che sono state contemporanee ai nostri antenati lo siano tutt’ora tra noi.
Il linguaggio e la rappresentazione simbolica articolata ha rappresentato la condizione dell’evoluzione del sistema nervoso centrale verso l’intelligenza che sfrutta appieno questa singolarità.
L’apprendimento del linguaggio nel bambino dimostra che questo è un processo profondamente diverso dall’apprendimento di mere regole formali. Apprendimento secondo determinate tappe che sono identiche in tutte le lingue. Chomsky ovviamente non fa che constatare che tutte le lingue umane presentano la stessa profonda struttura e forma.
E’ difficile non scorgere in questi avvenimenti il riflesso di un processo embriologico, nel corso del quale si sviluppano ed evolvono le strutture neurali per le prestazioni linguistiche.
L’idea che l’apprendimento primario del linguaggio sia legato a un processo di sviluppo epigenetico è confermata dai dati anatomici. Le funzioni corticali superiori si sviluppano e completano in un’epoca posteriore alla nascita, ma l’apprendimento del linguaggio si iscrive nella trama di uno sviluppo genetico atto ad accoglierlo.
Quello che in embriologia viene definito cross-talk embrionale (dialogo incrociato) con l’organismo materno, non è solo una pura conversazione biochimica, ma una serie di veri e propri processi linguistici, gli stessi che ci hanno permesso biologicamente di divenire un organismo complesso dall’ammasso cellulare che probabilmente eravamo milioni di anni fa, un dialogo interiore che continua tutt’ora per la cooperazione e l'integrità delle unità funzionali dell’uomo: le cellule; lo stesso linguaggio (che alla base è biochimico e più esteriormente neuromotorio) che permette l’interazione tra individui, nell’ottica della sopravvivenza specifica, che pure da un lato determina quella creatività che ci caratterizza come specie: la creatività che è legame col mondo, che è anelito alla conoscenza, la quale ci ha permesso di migliorare la nostra vita, quella cura della specie che ha permesso all’uomo di esserci.
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categoria : bimbi, bio



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