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Di cultura & società con tanto di colonna sonora. Come a dire: canta che ti passa. (dopo avermi letto canticchierete tutto il giorno)

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martedì, 24 gennaio 2006,ore 21:16

WALK ON THE WILD SIDE

Colgo l’occasione per rispondere pubblicamente ad Andreas Martini e nel contempo fare una critica severa al commento del sig. Angeluss in merito al recente dibattito che è possibile leggere sotto questo post.
Per quello che mi sarà possibile cercherò, nonostante il mezzo, di problematizzare, poiché scadere nel superficialismo e sdoganare aria fritta è consentito solo al murmure popolatrico che riesce a inscenare le solite canee, per intenderci quelle rappresentative del conformismo dawiano.
Intanto, Andreas, i tecnicismi non si usano per alimentare distanze dialettiche o discriminare, ma per riservare al confronto culturale la sua dignità. Quando per esempio uso il termine “nosografico” faccio riferimento a una cosa un po’ più complessa del termine “indice analitico” che invece richiama altro, di più non potrei davvero fare. Comunque, vedrò di farne un uso morigerato.
Mi scrive Angeluss, fervente sostenitore del movimento gay: “Ti faccio notare solo che le patologie dell'infanzia(e dell'adolescenza), di cui parlano l'APA e il DSM, e che tu giustamente riporti, sono dovute essenzialmente da un fattore culturale e non dall'omosessualità in sé: una società poco accogliente nei confronti delle persone omosessuali, la forte pressione sociale che i gay subiscono...”.
L’unico commento che si può fare a una simile bestialità è: “ma che stai a di’?”.
Tuttavia, essendo queste affermazioni funzionali a un chiarimento con Andreas, voglio approfondire.
I disturbi dell’identità sessuale ai quali ho fatto riferimento non sono opinabili né opinati, sono classificati altresì fra i disturbi psichiatrici. L’interpretazione secondo cui questi disturbi non siano vere e proprie patologie ma abbiano origine da pressioni o influenze ambientali di stampo omofobico è del tutto campata in aria. Ciò conferma la consistenza ideologica e politica dell’impostazione generale del problema rispetto al quale i metodi tradizionali dell’osservazione scientifica vengono evidentemente accantonati.
Attenendoci ai contenuti letterali del DSM IV, i disturbi dell’identità sessuale sono e rimangono patologici nonostante le interpretazioni fantasiose del politically correct.
I medesimi contenuti ci dicono che i ¾ dei soggetti che nell’infanzia presentano i suddetti disturbi (sottolineo disturbi) evolvono in età adulta in una condizione di omosessualità o di bisessualità. Non mi nascondo la differenza tra disturbo a priori e condizione a posteriori (per rispondere ad Andreas: conosco bene la differenza), tuttavia mi attengo alla lettera del documento scientifico e mi dico: se l’omosessualità è il prodotto statisticamente maggioritario (in statistica ¾ significa che su 10 casi 7,5 si orientano verso l’omosessualità) di una condizione scientificamente considerata patologica, la relazione non può essere considerata ininfluente nella valutazione della condizione finale.
Detto in altri termini: nonostante il conformismo culturale obblighi a considerare l’omosessualità una variante non patologica della sessualità umana, di fatto osserviamo una relazione elettiva e statisticamente rilevante tra il disturbo e gli esiti finali. Pertanto è più che ovvio che, davanti alla negazione culturale e politica di tale rapporto, l’OMS, che alla politica è supina per la sua stessa natura, ne abbia preso atto, anche per via della labilità propria del concetto di patologia psichiatrica. Nei fatti, invece, proprio l’evidenza scientifica di quel nesso causale non può non porre il problema dell’indagine del suo significato. Chi dice che, in considerazione dello schiacciante rilievo statistico, non si possa concludere che l’evoluzione del disturbo psichico in eterosessualità, pari a circa il 20%, vada considerato come un esito positivo reale, mentre la stessa evoluzione del disturbo in omosessualità, pari al 75%, debba essere considerata una semplice variazione patologica, ovvero un esito negativo? Ribadisco: la relazione statistica tra una patologia e UN suo esito, soprattutto in ambito psichiatrico, non mi pare un dato irrilevante. Il DSM IV, invece, per ragioni di opportunità politica sorvola. D’altra parte lo stesso DSM IV mostra enormi lacune metodologiche quando passa a trattare dello stesso disturbo in ambito femminile. Ciò non fa che rafforzare la tesi di una cassazione affrettata, pregiudiziale e ideologica (quindi  scientificamente poco attendibile) delle tesi che, invece, tutta la psicanalisi fino agli anni ’60 aveva sostenuto. La cassazione, anche valutando l’evoluzione temporale del processo che coincide con la nascita e l’affermazione del movimento per l’orgoglio omosessuale, appare più che verosimilmente il risultato di una lotta culturale e politica.
Ora, Sig. Angeluss, sarò più drastica: attribuire responsabilità ai condizionamenti culturali o a una supposta orrenda mamma bigotta è quanto meno contraddittorio in questo contesto (anche dal momento che il DSM IV parla di disturbi psichici oggettivi). Se invece intendeva fare riferimento, nell’esposizione confusa che le è propria, semplicemente all’interferenza negativa che la cultura e l’ambiente possono avere sulla coscienza di un omosessuale, le dirò che questi sono invece elementi che rafforzano quello che sostengo: se la società può “creare” la patologia psichiatrica "omosessualità", allo stesso modo potrà cancellarla all’occorrenza. Ciò significa che la “sostanza” della patologia resta totalmente fuori dai giochi. La scienza, mi pare chiaro, ha in questo caso un’evidente relazione problematica con elementi esterni alla pura e semplice osservazione sperimentale. E tale rilievo trova piena conferma nel momento in cui andiamo a valutare le (assai labili) motivazioni scientifiche che hanno condotto alla famosa cassazione.
Se oggi s’alza un tizio affetto da un disturbo compulsivo (per es. controlla di continuo se il gas della cucina è chiuso ed è tuttavia un soggetto del tutto integrato e spesso con  un’intelligenza vivace) e afferma che la sua ossessiva ed eccessiva cautela è del tutto ragionevole, sana e opportuna, e successivamente fonda un gruppo di pressione politica e culturale a livello mondiale chiamato “Orgoglio Compulsivo”, l’OMS (organizzazione più politica che sanitaria) finirebbe per cassare anche il termine che definisce la sua patologia, col risultato che quel tizio, pur avendo sancito la sua normalità, all’atto pratico continuerà a controllare il gas tormentandosi e assillando chi lo circonda.
La normalizzazione culturale è roba alla quale può aspirare solo chi si è bevuto il cervello fino in fondo.
Non mi interessa giocare al dottore e all’ammalato, Andreas, non smanio per affibbiarle una collocazione nel DSM, il mio obiettivo polemico è la rozzezza del pensiero che ci circonda. Certi paladini dell’umanesimo sciatto dovrebbero andare fino in fondo e abilitare l’ingresso nelle istituzioni, (magari proprio nell’OMS), di quei discriminati non ancora sdoganati che sono i transessuali e i travestiti: dubito che certi funzionari politicamente corretti, ingessati come sono, nonostante il contegno liberal, consentirebbero l’ingresso a un tizio agghindato alla Platinette, così come Vattimo non si farebbe soffiare la cattedra da un Vladimir Luxuria qualsiasi. Perché mai diritti e dignità dovrebbero spettare solo ai compunti e raffinati gay conciliati o sintonici che dir si voglia? Che ne dite di un bel pupetto cullato tra due mammi Drag Queen? Sarà il coronamento di tutte le normalizzazioni mai contemplate sulla faccia della terra, ed è lì a un passo dalla portata dei libberali.
O mi volete dire che un malato come il travestito (riconosciuto dal DSM e dall’OMS) va discriminato anche se mostra la struggente volontà di inserirsi nel tessuto sociale insieme alla sua famiglia?
Da tutto ciò che è emerso, tuttavia posso dedurre che, in sintesi, l’ipocrisia in stile liberty regna sovrana se Andreas aborrisce, come un borghese qualsiasi, che la signorina Luxuria si metta a fianco di Bertinotti nel partito, definendola imbarazzante come Cicciolina; e se due più due fa quattro il buon Angeluss è meglio che la faccia finita di chiamare il blogger Bernardo “Bernardina” e invitarlo pecorecciamente, con modi da omofobo da trivio, a custodirsi il didietro (visto su Daw!): si intuisce la smaccata concezione ridanciana che ha della gaytudine, e non è la prima volta che mi capita di osservare questa schizofrenia ideologica nei paladini dei gay.
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sabato, 21 gennaio 2006,ore 19:39

FEVER

E' stata istituita la libera gogna nel libero paese di TocqueVille. La sequenza degli eventi è la seguente: alcuni abitanti si sono misurati la febbre e dopo un breve conciliabolo avvenuto fra illustrissimi cerusici e speziali che hanno ottenuto la laurea in medicina ad honorem nonché la specializzazione in psichiatria in grazia di un'autocoscienza e un'onniscienza indiscutibili e assolute su ciò che merita o meno lo statuto di patologia psichiatrica, hanno deciso  - in barba a quei "vigliacchi" dell'American Psychiatric Association che hanno pubblicato un "pernicioso" manuale soggetto ad aggiornamenti e revisioni (il razzista e illiberale DSM) che annovera ai capitoli 302.85 e 302.6 (DSM IV-TR, 2000) i disturbi dell'identità sessuale e di genere (Sexual Disorders and disfunction; gender identity disorder) - di istituire un registro dei cattivi che osano fare riferimento a questo disonorevole libercolo sul conto dei gay dal quale era stata depennata già nel 1973 la voce omossessualità a descrizione di un disturbo mentale e successivamente rientrata come disturbo ego-sintonico o distonico (depennato ancora nel 1990); ma siccome il tira e molla dura ancora e taluni comportamenti sessuali sono così border-line da rientrare nella definizione di patologia o disordine mentale, il dis-orientamento sessuale rientra obtorto collo nel manualetto nella sua quarta versione come disturbo dell'identità sessuale osservata nell'infanzia, nell'adolescenza e nell'adulto.

Inutile cincischiare, togli e metti, metti e togli anche lo psichiatra più fazioso non riesce ad esimersi dall'indagare certi comportamenti fin dai loro esordi e dichiara ciò che segue (nonostante gli orpelli del politically correct):

Gender Identity Disorder

 

Etiology


Theories suggest that childhood issues may play a role in this disorder, such as the parent-child relationship at an early age and the identification a child is able to make with the parents of the same gender.

 

Symptoms


A strong and persistent identification with the opposite gender. There is a sense of discomfort in their own gender and may feel they were ‘born the wrong sex.’ This has been confused with cross-dressing or Transvestic Fetishism, but all are distinct diagnoses.

 

Treatment


Other disorders may be present with this one, including depression, anxiety, relationship difficulties, and personality disorders, and homosexuality is present in a majority of the cases. Treatment is likely to be long-term with small gains made on underlying issues as treatment progresses.

 

Prognosis


Mixed. The goals of treatment are not as clear as in other disorders, as same-sex identification may be very difficult to achieve. More achievable goals may include acceptance of assigned gender and resolution of other difficulties such as depression or anxiety.

<br>

Chi osa dire che l'omossesuale è un malato?!

Dàgli! Acchiappa, acchiappa!!! Andatelo a dire all'APA, signori miei... 

I signori che si ritengono liberissimi di escludere una qualche sofferenza mentale, lascino liberi gli altri di aderire a una teoria scientifica.

Perché questo rifiuto dello statuto di malato, che di per sé è innocuo se, al pari dell'ansia e del disturbo da stress postraumatico, non rientra tra le patologie antisociali, e per di più non determina discriminazioni o quarantene? perché dà così fastidio?

La malattia li terrorizza, perché secondo certi nuovi edonisti è lo stadio che culmina nell'abominio dell'uomo: non si annoverano tra di loro i sostenitori più accaniti dell'aborto terapeutico?  non si collocano nelle loro fila i nuovi apologeti dell'eugenetica?

Chi è che discrimina? Chi è che ha orrore, fobia e repulsione invece che pietà per la malattia?

 

Spiacente signori, io no: sono antiabortista ma abituata a pensare che i malati vadano curati con amore, non cancellati (dai libri o dalla faccia della terra).

 

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categoria : stupidari, antropomorfi



note
domenica, 15 gennaio 2006,ore 22:23

Son morto che ero bambino, son morto con altri cento
 
Una riflessione sul post di Bernardo intorno al pensiero relativista come orizzonte metodologico e la sua deriva consequenzialista, mi ha rinviato a quello sconcertante teorico dell’utilitarismo etico di nome Peter Singer, stimato cattedratico di Pricenton, già promotore dell’animal liberation (in soldoni, l’eguaglianza animale).
Questo pensatore evoluto, elaboratore di una dottrina etica per l’occidente moderno, come tanti occidentali moderni non ha un neurone che entra in connessione con l’altro, in quanto, dopo aver sviluppato una critica dello specismo e conseguentemente una teoria dell’uguaglianza tra le specie, si è fatto portavoce delle enormità che seguono per definire un'etica sociale in grado di determinare quali vite, umane in questo caso, abbiano un valore e quali no:
 "Noi pensiamo che alcuni bambini con gravi disabilità dovrebbero essere uccisi.” (Rethinking Life & Death, 1994); "Supponiamo che ad una donna che pianifica di avere due figli nascano un bambino normale e successivamente un bambino emofiliaco. La difficoltà di occuparsi di questo bambino può renderle impossibile avere un terzo figlio; ma se il bambino disabile dovesse morire, potrebbe partorirne un altro... Quando la morte di un neonato disabile permette la nascita di un altro bambino con migliori prospettive di una vita felice, la quantità complessiva di felicità sarà maggiore se il bambino disabile verrà ucciso. La perdita di una vita felice da parte del primo bambino è superata dal guadagno di una vita più felice da parte del secondo. Di conseguenza, se uccidere il bambino emofiliaco non ha conseguenze negative per altri, da un punto di vista complessivo, sarebbe giusto ucciderlo”; e ancora: "...è etico che un bambino affetto dalla Sindrome di Down non debba sopravvivere" perché "la qualità della vita di qualcuno con la Sindrome di Down al di sotto del livello in cui per sostenere la vita di un bambino diventa obbligatorio un trattamento medico" (Should the Baby Live?, 1985). Singer si fa forte della testimonianza dell’orribile nonna di un bambino affetto da Sindrome di Down: "Se al povero piccolo mongoloide fosse stato permesso di morire, come sarebbe così facilmente potuto accadergli, mia figlia avrebbe potuto avere al posto suo uno o due bambini in buona salute". Il nostro prosegue raccomandando l'iniezione letale "nel caso di un bambino con la Sindrome di Down, senza altri difetti"; il motivo di tanta premura è il seguente, poiché il disabile non sa e non saprà mai "suonare la chitarra, sviluppare un apprezzamento della fantascienza, imparare una lingua straniera, chiacchierare con noi dell'ultimo film di Woody Allen, o essere un atleta apprezzato, un giocatore di basketball o di tennis.”
Non c’è che dire, si tratta di motivazioni a dir poco decisive.
Questo stimato rinnovatore degli argomenti eugenetici tanto in voga presso parecchi rispettabili tedeschi  d’altri tempi ha suscitato, com’era prevedibile, numerose polemiche, ma anche svariati apprezzamenti, soprattutto da parte di alcuni intellettuali della sinistra nordamericana, sostenitori dell’eugenetica “buona”, nonché convinti abortisti e libertari.
C’è da dire che non pochi esponenti della sinistra invece hanno in dispregio Singer, ma il motivo è essenzialmente uno: l’evidenza delle bestialità che dice. Questi imbronciati sinistri, tuttavia, hanno un concetto molto “relativo” dell’evidenza, poiché la legittimità dell’aborto, la conquista civile che questo rappresenta, resta ferma, in pratica solo perché per eliminare un bambino già nato ci vuole del fegato che, invece, non serve per un’aspirazione in separata sede. E’ utile notare che, però, le ragioni di Singer e quelle degli abortisti sono sovrapponibili e possono essere riassunte in un rotondo: non mi va, non mi fa comodo.
Gli abortisti, in fin dei conti, richiamano l’attenzione sull’evidenza che la soppressione di un bambino è diversa dalla soppressione di un feto, poiché quest’ultimo  (è di tutta evidenza, non vi pare?) non è un bambino. Temo che per trovare un esempio di ragionamento più involuto si debba ricorrere direttamente al Processo di Biscardi.
Chi ci dice che un feto non è un bambino? E soprattutto: chi ci dice che di questo feto si possa disporre a seconda del capriccio di soggetti terzi, fino a negargli la più sostanziale tra le libertà, cioè quella di venire al mondo? Dobbiamo questa evidenza al miracoloso occhio caleidoscopico di questi signori? Straordinario...
C’è in certe affermazioni un rigore metodologico da brividi.
Dicono che paragonare questo abisso di conformismo utilitarista con la propaganda nazista sull’eutanasia caritatevole sia un’arma spuntata, anche perché – dicono - una madre può rinunciare a un bambino non solo perché si presenta malato o è destinato a divenire un membro di una famiglia nota come caso sociale: una donna emancipata può decidere di non essere il contenitore di questa non meglio precisata “cosa” che cresce al suo interno per il semplice motivo che al momento non ne ha voglia.
Ma va’? Rigettano l’etica utilitaristica di Singer e poi la fanno entrare dalla finestra, magari fischiettando facendo finta di nulla?
Che fanno gli utilitaristi, in sostanza? Discriminano il bene dal male in base alla felicità o all’infelicità che un’azione produce nei soggetti socialmente e quindi giuridicamente più forti. In parole povere: la mammina cara non vuole il bambino, malato o meno che sia, semplicemente perché la sua comparsa in questo mondo la renderebbe infelice, ella ne verrebbe fortemente disturbata (la tapina!), e dal momento che può dirlo e far valere il suo diritto ha la meglio sul pargolo troppo “taciturno”, semplicemente.
Le donne sostenitrici della 194 (intesa non come semplice legge, ma come “consacrazione”  culturale dell’atto che regola), il 14 gennaio, non sono solo uscite dal silenzio, ma sono uscite, sortite, dall’abisso dal quale fuoriuscì anche Auschwitz, una voragine morale nella quale supponiamo oggi di non poter ricadere. Supposizione almeno affrettata, data la varietà infinita di modi in cui l’orrore è capace di ripresentarsi. Il pensiero sull’infanticidio dell’utilitarista Singer, che queste signore probabilmente aborrono ma col quale, come ho suggerito, hanno più di un orizzonte comune, potrebbe essere ragionevolmente portato sino in fondo, ovvero sino a teorizzare lo sterminio sistematico delle popolazioni africane che vivono infelicemente e rappresentano un turbamento anche economico della nostra felicità di opulenti. Se è morale ciò che mi rende felice e, viceversa, è immorale ciò che mi danneggia, perché non dovrei spingermi fino a questo nuovo nazismo (d’altra parte gli ebrei rendevano Hitler molto triste e tribolato)? Tanto più che, come pare vogliano suggerire sia Singer che le Signore dell’aborto, il diritto deve farlo chi può, chi ne ha il potere, chi può affermare il proprio punto di vista. In questo caso noi occidentali. Non vi ricordo Chaplin nel “Grande dittatore” quando gioca col mondo ridotto a un palloncino? Le sole che non hanno nulla da temere da Singer e da queste madame sono le bestie: come dire, un bambino sì, ma una vacca no (non siate specisti, per cortesia!). 
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note
domenica, 08 gennaio 2006,ore 18:31

QUELLO CHE LE DONNE NON DICONO

tremate... son tornate!Pare che il prossimo 14 gennaio, Milano diventerà l’epicentro di un nuovo (si fa per dire, visto che l’età media delle convenute è a occhio e croce di 60 anni) pensiero femminista. Nuovo ovviamente perché ha in serbo per tutti noi novità inenarrabili. Io, però, cercherò di raccontarvele, perché sono culturalmente attratta dall’ineffabile. Sembrava che il femminismo fosse passato di moda, e invece no: ricordate sempre di non buttare mai nulla, perché le vostre giacche con le spalline imbottite degli anni ’80 prima o poi torneranno a furoreggiare, così come è accaduto per i pantaloni a zampa d’elefante, rendendovi delle vegliarde bacucche ma assai trendy agli occhi delle vostre incredule nipoti. Ed ecco che, infatti, i cimiteri degli anni ’60 e ’70 scoperchiano le loro tombe per generare questo Sabba della rigenerazione ideologica che, non potendo più prescindere dall’uso contemporaneo del calendario veliniano (subentrato d’imperio ai troppo maschilisti giuliano e gregoriano), punta ormai a superare le obsolete questioni di genere, numero e caso per puntare con decisione al concetto universale, che tanti problemi addusse ai filosofi ma non evidentemente alle suffragette. Ed ecco che la donna, smessi i panni dell’identità, diviene portatrice (se sana non si sa) di una visione del mondo onnicomprensiva e, soprattutto, inusitata. 
All’alba del fatidico 14 gennaio prenderà vita l’iniziativa "Usciamo dal silenzio" (confidiamo in orari tali da evitare il reato di disturbo alla quiete pubblica) in forma di corteo e manifestazione. Quali sono i temi innovativi che le nuove femministe propongono alla nostra distrazione? La difesa della legge 194 e della laicità dello Stato.
Ah! Non me l’aspettavo, come Massimo Ranieri quando perdeva l’amore. Sì tanta innovazione mi coglie alla sprovvista. Mi sarei aspettata, chessò, una raccolta di firme per la depilazione total body a carico del servizio sanitario nazionale oppure un convegno contro la discriminazione della donna dalla caviglia massiccia. Ma no. Non è cosa. Devo accontentarmi della 194 e della laicità di stato (poiché quella “dello stato” mi pare troppo poco autoritaria). In epoca di travestiti osannati come modelli universali della nuova sessualità, il travestitismo delle idee appare come auspicabile variante del metodo cartesiano.
La vera novità è che alle due manifestazioni nazionali del 14 gennaio ("Tutti in pacs", che si terrà a Roma in piazza Farnese – suggerisco una capatina nell’adiacente Piazza Campo de’ Fiori per la prostrazione rituale davanti al caro estinto Bruno Giordano - e, appunto, "Usciamo dal silenzio" che si terrà a Milano da Piazza Duca d'Aosta a Piazza del Duomo) interverranno anche gli uomini. Ovviamente solo se di buona volontà, cioè non degli squallidi decerebrati incapaci di condividere temi capitali come la libertà e la responsabilità di donne e uomini (mai dire “uomini e donne”, perché qui il prodotto cambia e la matematica è un’opinione) sul terreno della sessualità, della procreazione e delle relazioni. Questo nuovo e straordinario movimento si pone l’obiettivo di dialogare e segnare un “significativo momento di mobilitazione comune tra il movimento delle donne, quello gay, lesbico, bisessuale, transessuale e chiunque abbia a cuore le libertà civili”. Mi chiedo perché tra coloro che hanno a cuore le libertà civili vengano colpevolmente trascurati gli scambisti, i trisessuali, gli ermafroditi, i magnaccia, le maitresse, i pornodivi, gli amanuensi (autonomia operaia!), i priapisti impenitenti, gli adoratori del dildo, i flagellanti (nella doppia variante con o senza latex), i centauri, i fauni con ninfe, ninfette e ninfomani, unicorni e, last but not least, anche i cornuti, meglio se guardoni.     
Ecco perché i temi del "nuovo femminismo" possono dirsi, secondo gli ideologi (ideatori sarebbe troppo poco) delle manifestazioni, “portatori di un'universalità diversa. Universalità diversa? Un concetto agghiacciante. Che significa? Perché non “contingenza identica”? O una “singolarità convergente”? Il dubbio è che sia stata scelta questa definizione per mettere le mani avanti, visto il parterre delle intellettuali che sostengono l’iniziativa: universalità quindi, ma diversa, non si sa mai. Ecco infatti, siore e siori, le attrazioni della serata. Sono con noi: Ottavia Piccolo (nelle botti piccole c’è il vino buono, se non se lo sono già bevuto), Lella Costa (una voce per l’acqua San Benedetto, praticamente un gargarismo umano), Natalia Aspesi (unica giornalista a essere passata dalla “Notte” al “Giorno”, prima di approdare al crepuscolo di “Repubblica”), Luciana Littizzetto (da teorica del Ravanello Pallido a paladina del Finocchio Languido), Margherita Hack (dalle stalle alle stelle, sfuggendo al dentista), Marina Massironi (tre uomini e una tomba, della recitazione), Mariangela Melato (travolta dal solito destino...) e Ornella Vanoni (domani è un altro giorno: vista l’età è più che altro un augurio). Insomma, un gruppo di sostegno che andrebbe sostenuto con adeguati ponteggi e impalcature, protesi e ortesi. Dicono che alla manifestazione non dovrebbero partecipare i partiti (essendo partiti), di sicuro non se ne vedranno le sigle (chissà com’è un partito in incognito?): la donna del terzo millennio è totalmente emancipata, persino dalla polemica politica. Sì, lei è così: balla da sola.
Ho il dubbio che invece sia una sòla che ci rifila la solita balla.
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