Son morto che ero bambino, son morto con altri cento
Una riflessione sul post di
Bernardo intorno al pensiero relativista come orizzonte metodologico e la sua deriva consequenzialista, mi ha rinviato a quello sconcertante teorico dell’utilitarismo etico di nome
Peter Singer, stimato cattedratico di Pricenton, già promotore dell’
animal liberation (in soldoni, l’eguaglianza animale).
Questo pensatore evoluto, elaboratore di una dottrina etica per l’occidente moderno, come tanti occidentali moderni non ha un neurone che entra in connessione con l’altro, in quanto, dopo aver sviluppato una critica dello specismo e conseguentemente una teoria dell’uguaglianza tra le specie, si è fatto portavoce delle enormità che seguono per definire un'etica sociale in grado di determinare quali vite, umane in questo caso, abbiano un valore e quali no:
"Noi pensiamo che alcuni bambini con gravi disabilità dovrebbero essere uccisi.” (Rethinking Life & Death, 1994); "Supponiamo che ad una donna che pianifica di avere due figli nascano un bambino normale e successivamente un bambino emofiliaco. La difficoltà di occuparsi di questo bambino può renderle impossibile avere un terzo figlio; ma se il bambino disabile dovesse morire, potrebbe partorirne un altro... Quando la morte di un neonato disabile permette la nascita di un altro bambino con migliori prospettive di una vita felice, la quantità complessiva di felicità sarà maggiore se il bambino disabile verrà ucciso. La perdita di una vita felice da parte del primo bambino è superata dal guadagno di una vita più felice da parte del secondo. Di conseguenza, se uccidere il bambino emofiliaco non ha conseguenze negative per altri, da un punto di vista complessivo, sarebbe giusto ucciderlo”; e ancora: "...è etico che un bambino affetto dalla Sindrome di Down non debba sopravvivere" perché "la qualità della vita di qualcuno con la Sindrome di Down al di sotto del livello in cui per sostenere la vita di un bambino diventa obbligatorio un trattamento medico" (Should the Baby Live?, 1985). Singer si fa forte della testimonianza dell’orribile nonna di un bambino affetto da Sindrome di Down: "Se al povero piccolo mongoloide fosse stato permesso di morire, come sarebbe così facilmente potuto accadergli, mia figlia avrebbe potuto avere al posto suo uno o due bambini in buona salute". Il nostro prosegue raccomandando l'iniezione letale "nel caso di un bambino con la Sindrome di Down, senza altri difetti"; il motivo di tanta premura è il seguente, poiché il disabile non sa e non saprà mai "suonare la chitarra, sviluppare un apprezzamento della fantascienza, imparare una lingua straniera, chiacchierare con noi dell'ultimo film di Woody Allen, o essere un atleta apprezzato, un giocatore di basketball o di tennis.”
Non c’è che dire, si tratta di motivazioni a dir poco decisive.
Questo stimato rinnovatore degli argomenti eugenetici tanto in voga presso parecchi rispettabili tedeschi d’altri tempi ha suscitato, com’era prevedibile, numerose polemiche, ma anche svariati apprezzamenti, soprattutto da parte di alcuni intellettuali della sinistra nordamericana, sostenitori dell’eugenetica “buona”, nonché convinti abortisti e libertari.
C’è da dire che non pochi esponenti della sinistra invece hanno in dispregio Singer, ma il motivo è essenzialmente uno: l’evidenza delle bestialità che dice. Questi imbronciati sinistri, tuttavia, hanno un concetto molto “relativo” dell’evidenza, poiché la legittimità dell’aborto, la conquista civile che questo rappresenta, resta ferma, in pratica solo perché per eliminare un bambino già nato ci vuole del fegato che, invece, non serve per un’aspirazione in separata sede. E’ utile notare che, però, le ragioni di Singer e quelle degli abortisti sono sovrapponibili e possono essere riassunte in un rotondo: non mi va, non mi fa comodo.
Gli abortisti, in fin dei conti, richiamano l’attenzione sull’evidenza che la soppressione di un bambino è diversa dalla soppressione di un feto, poiché quest’ultimo (è di tutta evidenza, non vi pare?) non è un bambino. Temo che per trovare un esempio di ragionamento più involuto si debba ricorrere direttamente al Processo di Biscardi.
Chi ci dice che un feto non è un bambino? E soprattutto: chi ci dice che di questo feto si possa disporre a seconda del capriccio di soggetti terzi, fino a negargli la più sostanziale tra le libertà, cioè quella di venire al mondo? Dobbiamo questa evidenza al miracoloso occhio caleidoscopico di questi signori? Straordinario...
C’è in certe affermazioni un rigore metodologico da brividi.
Dicono che paragonare questo abisso di conformismo utilitarista con la propaganda nazista sull’eutanasia caritatevole sia un’arma spuntata, anche perché – dicono - una madre può rinunciare a un bambino non solo perché si presenta malato o è destinato a divenire un membro di una famiglia nota come caso sociale: una donna emancipata può decidere di non essere il contenitore di questa non meglio precisata “cosa” che cresce al suo interno per il semplice motivo che al momento non ne ha voglia.
Ma va’? Rigettano l’etica utilitaristica di Singer e poi la fanno entrare dalla finestra, magari fischiettando facendo finta di nulla?
Che fanno gli utilitaristi, in sostanza? Discriminano il bene dal male in base alla felicità o all’infelicità che un’azione produce nei soggetti socialmente e quindi giuridicamente più forti. In parole povere: la mammina cara non vuole il bambino, malato o meno che sia, semplicemente perché la sua comparsa in questo mondo la renderebbe infelice, ella ne verrebbe fortemente disturbata (la tapina!), e dal momento che può dirlo e far valere il suo diritto ha la meglio sul pargolo troppo “taciturno”, semplicemente.
Le donne sostenitrici della 194 (intesa non come semplice legge, ma come “consacrazione” culturale dell’atto che regola), il 14 gennaio, non sono solo uscite dal silenzio, ma sono uscite, sortite, dall’abisso dal quale fuoriuscì anche Auschwitz, una voragine morale nella quale supponiamo oggi di non poter ricadere. Supposizione almeno affrettata, data la varietà infinita di modi in cui l’orrore è capace di ripresentarsi. Il pensiero sull’infanticidio dell’utilitarista Singer, che queste signore probabilmente aborrono ma col quale, come ho suggerito, hanno più di un orizzonte comune, potrebbe essere ragionevolmente portato sino in fondo, ovvero sino a teorizzare lo sterminio sistematico delle popolazioni africane che vivono infelicemente e rappresentano un turbamento anche economico della nostra felicità di opulenti. Se è morale ciò che mi rende felice e, viceversa, è immorale ciò che mi danneggia, perché non dovrei spingermi fino a questo nuovo nazismo (d’altra parte gli ebrei rendevano Hitler molto triste e tribolato)? Tanto più che, come pare vogliano suggerire sia Singer che le Signore dell’aborto, il diritto deve farlo chi può, chi ne ha il potere, chi può affermare il proprio punto di vista. In questo caso noi occidentali. Non vi ricordo Chaplin nel “Grande dittatore” quando gioca col mondo ridotto a un palloncino? Le sole che non hanno nulla da temere da Singer e da queste madame sono le bestie: come dire, un bambino sì, ma una vacca no (non siate specisti, per cortesia!).