Colgo l’occasione per rispondere pubblicamente ad
Andreas Martini e nel contempo fare una critica severa al commento del sig.
Angeluss in merito al recente dibattito che è possibile leggere
sotto questo post.
Per quello che mi sarà possibile cercherò, nonostante il mezzo, di problematizzare, poiché scadere nel superficialismo e sdoganare aria fritta è consentito solo al murmure popolatrico che riesce a inscenare le solite canee, per intenderci quelle rappresentative del conformismo
dawiano.
Intanto, Andreas, i tecnicismi non si usano per alimentare distanze dialettiche o discriminare, ma per riservare al confronto culturale la sua dignità. Quando per esempio uso il termine “nosografico” faccio riferimento a una cosa un po’ più complessa del termine “indice analitico” che invece richiama altro, di più non potrei davvero fare. Comunque, vedrò di farne un uso morigerato.
Mi scrive Angeluss, fervente sostenitore del movimento gay: “Ti faccio notare solo che le patologie dell'infanzia(e dell'adolescenza), di cui parlano l'APA e il DSM, e che tu giustamente riporti, sono dovute essenzialmente da un fattore culturale e non dall'omosessualità in sé: una società poco accogliente nei confronti delle persone omosessuali, la forte pressione sociale che i gay subiscono...”.
L’unico commento che si può fare a una simile bestialità è: “ma che stai a di’?”.
Tuttavia, essendo queste affermazioni funzionali a un chiarimento con Andreas, voglio approfondire.
I disturbi dell’identità sessuale ai quali ho fatto riferimento non sono opinabili né opinati, sono classificati altresì fra i disturbi psichiatrici. L’interpretazione secondo cui questi disturbi non siano vere e proprie patologie ma abbiano origine da pressioni o influenze ambientali di stampo omofobico è del tutto campata in aria. Ciò conferma la consistenza ideologica e politica dell’impostazione generale del problema rispetto al quale i metodi tradizionali dell’osservazione scientifica vengono evidentemente accantonati.
Attenendoci ai contenuti letterali del DSM IV, i disturbi dell’identità sessuale sono e rimangono patologici nonostante le interpretazioni fantasiose del politically correct.
I medesimi contenuti ci dicono che i ¾ dei soggetti che nell’infanzia presentano i suddetti disturbi (sottolineo disturbi) evolvono in età adulta in una condizione di omosessualità o di bisessualità. Non mi nascondo la differenza tra disturbo a priori e condizione a posteriori (per rispondere ad Andreas: conosco bene la differenza), tuttavia mi attengo alla lettera del documento scientifico e mi dico: se l’omosessualità è il prodotto statisticamente maggioritario (in statistica ¾ significa che su 10 casi 7,5 si orientano verso l’omosessualità) di una condizione scientificamente considerata patologica, la relazione non può essere considerata ininfluente nella valutazione della condizione finale.
Detto in altri termini: nonostante il conformismo culturale obblighi a considerare l’omosessualità una variante non patologica della sessualità umana, di fatto osserviamo una relazione elettiva e statisticamente rilevante tra il disturbo e gli esiti finali. Pertanto è più che ovvio che, davanti alla negazione culturale e politica di tale rapporto, l’OMS, che alla politica è supina per la sua stessa natura, ne abbia preso atto, anche per via della labilità propria del concetto di patologia psichiatrica. Nei fatti, invece, proprio l’evidenza scientifica di quel nesso causale non può non porre il problema dell’indagine del suo significato. Chi dice che, in considerazione dello schiacciante rilievo statistico, non si possa concludere che l’evoluzione del disturbo psichico in eterosessualità, pari a circa il 20%, vada considerato come un esito positivo reale, mentre la stessa evoluzione del disturbo in omosessualità, pari al 75%, debba essere considerata una semplice variazione patologica, ovvero un esito negativo? Ribadisco: la relazione statistica tra una patologia e UN suo esito, soprattutto in ambito psichiatrico, non mi pare un dato irrilevante. Il DSM IV, invece, per ragioni di opportunità politica sorvola. D’altra parte lo stesso DSM IV mostra enormi lacune metodologiche quando passa a trattare dello stesso disturbo in ambito femminile. Ciò non fa che rafforzare la tesi di una cassazione affrettata, pregiudiziale e ideologica (quindi scientificamente poco attendibile) delle tesi che, invece, tutta la psicanalisi fino agli anni ’60 aveva sostenuto. La cassazione, anche valutando l’evoluzione temporale del processo che coincide con la nascita e l’affermazione del movimento per l’orgoglio omosessuale, appare più che verosimilmente il risultato di una lotta culturale e politica.
Ora, Sig. Angeluss, sarò più drastica: attribuire responsabilità ai condizionamenti culturali o a una supposta orrenda mamma bigotta è quanto meno contraddittorio in questo contesto (anche dal momento che il DSM IV parla di disturbi psichici oggettivi). Se invece intendeva fare riferimento, nell’esposizione confusa che le è propria, semplicemente all’interferenza negativa che la cultura e l’ambiente possono avere sulla coscienza di un omosessuale, le dirò che questi sono invece elementi che rafforzano quello che sostengo: se la società può “creare” la patologia psichiatrica "omosessualità", allo stesso modo potrà cancellarla all’occorrenza. Ciò significa che la “sostanza” della patologia resta totalmente fuori dai giochi. La scienza, mi pare chiaro, ha in questo caso un’evidente relazione problematica con elementi esterni alla pura e semplice osservazione sperimentale. E tale rilievo trova piena conferma nel momento in cui andiamo a valutare le (assai labili) motivazioni scientifiche che hanno condotto alla famosa cassazione.
Se oggi s’alza un tizio affetto da un disturbo compulsivo (per es. controlla di continuo se il gas della cucina è chiuso ed è tuttavia un soggetto del tutto integrato e spesso con un’intelligenza vivace) e afferma che la sua ossessiva ed eccessiva cautela è del tutto ragionevole, sana e opportuna, e successivamente fonda un gruppo di pressione politica e culturale a livello mondiale chiamato “Orgoglio Compulsivo”, l’OMS (organizzazione più politica che sanitaria) finirebbe per cassare anche il termine che definisce la sua patologia, col risultato che quel tizio, pur avendo sancito la sua normalità, all’atto pratico continuerà a controllare il gas tormentandosi e assillando chi lo circonda.
La normalizzazione culturale è roba alla quale può aspirare solo chi si è bevuto il cervello fino in fondo.
Non mi interessa giocare al dottore e all’ammalato, Andreas, non smanio per affibbiarle una collocazione nel DSM, il mio obiettivo polemico è la rozzezza del pensiero che ci circonda. Certi paladini dell’umanesimo sciatto dovrebbero andare fino in fondo e abilitare l’ingresso nelle istituzioni, (magari proprio nell’OMS), di quei discriminati non ancora sdoganati che sono i transessuali e i travestiti: dubito che certi funzionari politicamente corretti, ingessati come sono, nonostante il contegno liberal, consentirebbero l’ingresso a un tizio agghindato alla Platinette, così come Vattimo non si farebbe soffiare la cattedra da un Vladimir Luxuria qualsiasi. Perché mai diritti e dignità dovrebbero spettare solo ai compunti e raffinati gay conciliati o sintonici che dir si voglia? Che ne dite di un bel pupetto cullato tra due mammi Drag Queen? Sarà il coronamento di tutte le normalizzazioni mai contemplate sulla faccia della terra, ed è lì a un passo dalla portata dei libberali.
O mi volete dire che un malato come il travestito (riconosciuto dal DSM e dall’OMS) va discriminato anche se mostra la struggente volontà di inserirsi nel tessuto sociale insieme alla sua famiglia?
Da tutto ciò che è emerso, tuttavia posso dedurre che, in sintesi, l’ipocrisia in stile liberty regna sovrana se Andreas aborrisce, come un borghese qualsiasi, che la signorina Luxuria si metta a fianco di Bertinotti nel partito, definendola imbarazzante come Cicciolina; e se due più due fa quattro il buon Angeluss è meglio che la faccia finita di chiamare il blogger Bernardo “Bernardina” e invitarlo pecorecciamente, con modi da omofobo da trivio, a custodirsi il didietro (visto su Daw!): si intuisce la smaccata concezione ridanciana che ha della gaytudine, e non è la prima volta che mi capita di osservare questa schizofrenia ideologica nei paladini dei gay.