That's Life
E' uscito un libro curato dall’ADI (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) il cui titolo è “Cervelli in gabbia. Disavventure e peripezie dei ricercatori in Italia” (Avverbi Editore, Roma 2005; pp.228; 12 €), sulla scia del volume che tre anni fa aveva raccolto le testimonianze avvelenate di “Cervelli in fuga”. Per chi ha finito gli studi, come me, potrebbe risultare un dilettevole flash-back, ma per alcuni potrebbe costituire un istruttivo racconto da brivido nel quale ventidue dottori di ricerca, di cui quattro anonimi, denunciano lo stato in cui versano le Università italiane. Tra prove pilotate (da quelli che, secondo un gergo universitario ufficioso, vengono definiti i Capi Bastone) e intralci sulla ricerca, tra isolamenti e ladrocini di testi, ci illustrano quello che all’estero è noto come l’insigne desolante panorama all’interno dei nostri atenei di cui persino il lattaio dietro casa, che l’Università non l’ha mai frequentata, è a conoscenza.
C’è da dire che una buona parte di chi fa il broncio, lo fa per il vezzo insolito di preservarsi la faccia di bronzo, infatti passa il suo tempo ancheggiando a destra e manca (soprattutto a mancina) nell’attesa della beata speranza di essere ammesso al consesso degli Dei. Dopodiché potrà recarsi a quegli atti unici, finzioni sceniche, che sono i concorsi per ricercatore, poi per associato e, dulcis in fundo, professore ordinario, sempre che arrivi vivo alla meta. Alcuni stazionano eoni tra moduli didattici e corsi di rincalzo tipo “Fenomenologia del cocomero trascendente” e naturalmente sono i più arrabbiati, non per il malcostume, ma perché il malcostume li trascura colpevolmente.
Natural burella dei satanassi arrembanti, l’Università, è corredata di un imbuto del malcostume che si restringe e lascia passare soltanto gli associati, i quali, anime purganti, producono solertemente, in qualità di titoli, le dispense dei loro corsi e vivacchiano in attesa della chiamata celeste. Non tutti però ascenderanno alla vision divina, i più saranno liberati dalla purga il giorno del loro pensionamento. Ovviamente l’Empireo è il luogo dei pochi eletti che possono fregiarsi con sussiego del titolo di Barone (dopo l’attraversamento di un tale budello, vorrei pure vedere!) i cui privilegi sono quelli di avere una corte di amanuensi, scrivani e copisti con annessi flabelli, facoltà di chiedere anni sabbatici per studiare a Santo Domingo, il privilegio di far assumere amanti, parenti etc. (ovviamente inetti all’insegnamento), promuovere con trenta e lode le sirenette e punire le cozze con diciotto, tenere corsi insignificanti di cui nessuno ha il diritto di rilevare l’insignificanza, trattenersi presso la cattedra (abbarbicarsi?) sine die, talmente che l’età pensionabile per il termine di servizio di costoro ormai è un parametro astratto. I famosi Capi Bastone (la creme de la creme) sono solo quattro o cinque nomi in Italia (Pontefici Massimi) per ogni disciplina, i quali possono emettere bolle di canonizzazione o di scomunica tramite le quali controllano ogni accesso all’imbuto.
Ci sono poi quelli, comprensibilmente collocati a sinistra e recentemente democratici, che hanno il vezzo della moralità, che dopo aver provveduto a collocare adeguatamente la Consorte su uno scranno paradisiaco, presiedono convegni e seminari sull’Etica nella politica, scagliandosi contro l’immoralità dilagante con voce chioccia e occhi di bragia, chiedendo Assicurazioni ai futuri parlamentari in vista di una mutua Cooperazione in favore di una rigorosa e integrale rettitudine dei comportamenti.
Cari carrieristi universitari vi faccio tanti auguri e mi raccomando, per le vostre eventuali pastette ovviamente non avete che da votare Antonio. Votate Antonio!