Piange la “scienza” davanti alle ostilità sempre più diffuse nei confronti degli studi che fanno riferimento all’evoluzione di stampo darwiniano. C’è chi dice che le ipotesi sull’origine delle specie siano solo "opinioni da sottomettere al vaglio dei filosofi" (già, quando il Caso sembra essere la causa prima, taluni bravi e acuti filosofi potrebbero solo iniziare a divertirsi mentre i giochi degli scientisti verrebbero chiusi); c’è chi mormora che l’evoluzionismo darwiniano prescinda dai modelli matematici, soprattutto quelli della fisica: le costanti fisiche fondamentali e le proprietà generali e locali dell'Universo, sistema in cui gli esseri viventi sono parte integrante, non sembrano proprio frutto del caso.
Insomma nessuno (ovvero chi si aspetta un minimo di serietà) le crede, pertanto la “scienza”, soffiandosi il naso sventolando fazzolettoni quadrettati, singhiozza dei nuovi tempi cupi e oscurantisti che, appunto, oggi essa attraverserebbe e, senza preoccuparsi di smantellare le pertinenti critiche all’evoluzionismo, riesce solo a lanciare striduli lamenti ogni volta che casualmente le passa davanti un prete, come se fosse importante e soprattutto moderno prendersi la briga di sbugiardare il creazionismo piuttosto che argomentare sul significato delle proprie inevitabili, nel caso dei fanfaroni, tremende lacune.
Certo che frignare non basta, neh!
Come possiamo quindi sforzarci di credere alla narrativa scientista che è fiorita intorno all’evoluzionismo darwiniano?
Possiamo credere a balle celebrate in gran pompa dagli evoluzionisti e raccontate per trent’anni da un professore emerito dell’Università di Francoforte a proposito di un neandertaliano (recentemente l’uomo di Neanderthal è stato depennato dalla lista dei parenti per incompatibilità genetica con l’Homo Sapiens, ndr) straordinariamente vissuto solo 7500 anni fa, e di un signore del ‘700 spacciato per Matusalemme e che fa il paio con l’Uomo di Piltdown venerato a Londra con la sua bella mandibola posticcia?
Possiamo credere al rettile piumato (Archaeoraptor liaoningensis) tanto celebrato dal National Geografic con solenne vanagloria e poi rivelatosi un grazioso e artistico manufatto?
E che dire della Longisquama insignis? Più che anello di congiunzione tra rettile e uccello, sembra ricordare il mito di Pegaso: in questo caso invece di un cavallo abbiamo una minuscola lucertolina, recentemente entrata in regolare possesso di “piume” che prima però erano state descritte come “squame”, da cui il nome.
Le creature di transizione che reggono molto del ciarpame dell’evoluzione darwiniana sono proprio pochine, dunque, rispetto al numero infinito delle specie dei viventi che popola o che ha popolato il pianeta.
Di tutto ciò, comunque, Enrico Bellone, nel suo ennesimo orrendo editoriale contenuto nella versione italiota di Scientific American, se ne frega. Con un risolino nervoso ammette di non saper rispondere decisivamente alle critiche, ma dice di consolarsi bene con la solidarietà di Bertrand Russell, il quale sosteneva che smentire un uomo che va dicendo di essere un uovo in camicia non è cosa facile.
Povero Bellone, costretto ad attingere a un'auctoritas tra le più faziose che si siano mai viste, senza per altro comprendere che un’affermazione simile è destrutturabile empiricamente con estrema facilità: che sia per questo che esistono gli psichiatri e gli psicofarmaci che evidentemente di logica formale non si occupano affatto, ma si possono occupare con zelante competenza di uova-in-camicia-umane? Già, così come non si occupa di logica formale la critica al darwinismo, ormai più che stufa di farsi vendere per sante reliquie le piume dell’Agnolo Gabriello di boccaccesca memoria, dai vari sor Cipolla di questo secolo, i quali, con buona pace del direttore de Le Scienze, a pag. 12 dell’edizione di marzo 2006, hanno la faccia di bronzo del dottor Hwang, il noto sudcoreano con il quale persino la “nostra” rivista scientifica durante la campagna referendaria ci aveva grandemente triturato attributi e annessi per via delle sue favolose staminali embrionali, che oggi sarebbero solo una grossa frode: con l’esempio sudcoreano di allora intendevano suggerirci l’arretratezza italiana della ricerca scientifica la cui causa principale sarebbero le tonache. Oggi la “scienza” non sa nemmeno come fare a vergognarsi d’essere caduta con tutte le scarpe in quella scientifica fesseria.
Abbiamo capito, comunque, la “scienza” fa così: sforna dogmi che hanno origine dalle fiabe, dalle frottole; e pensare che per anni hanno accusato i religiosi di questa abitudine.
Evidentemente il succo è che gli scienziati vorrebbero sfilare al Papa il pallio, paramento che sono persuasi gli spetti di diritto.