Vissi d'arte, vissi d'amore...
La videoinstallazione di Mark Wallinger nella cripta del Duomo di Milano ripropone il problema del rapporto tra sacro e arte contemporanea. In altri termini: è quest'ultima adeguata a esprimere il sacro? La risposta pare essere negativa. L'arte contemporanea è veicolo di una cultura dello spot, del transeunte, della conciliazione conformisticamente trasgressiva con lo spirito secolare, che è l'esatto contrario del sacro. Quando, pertanto, avviene che le due cose s'incontrino, il risultato non può essere che un equivoco, come nel caso del suddetto artista inglese. L'arte contemporanea non riesce a parlare del sacro perché in fondo lo rifiuta, ne fornisce un'immagine inadeguata, superficiale, anche quando vuole essere in qualche modo celebrativa finisce per celebrarne la negazione. L'arte contemporanea, in quanto spot, deve piacere, questo è il suo imperativo categorico, e il sacro (che non è, lo si ricordi, pura e semplice religiosità diffusa, quella che aiutava, e non poco, l'opera dei grandi artisti del passato, a prescindere dai loro personali convincimenti), che consiste in un appello profondo alle singole coscienze, non ha nulla a che spartire con la popolarità. Per questo l'arte contemporanea ha buon gioco quando si fa strumento di rimozione dei simboli del sacro ma appare straordinariamente balbettante nel momento in cui pretende di assumerne i contenuti senza prima negare se stessa. Wallinger ha fallito perché non ha accettato la sfida sino in fondo, non ha recepito tutta la distanza che c'è tra le sue rassicuranti abitudini linguistiche (dato che il suo Cristo - cfr. Ecce Homo - si limita ad essere un arruffapopoli) e l'abisso di senso rappresentato dall'oggetto che aveva davanti. Voler rendere il sacro "accettabile" per la cultura secolarizzata è un fallimento annunciato.
Pertanto, aderisco in toto al dissenso del blog wXre e alle sue motivazioni, ed esporrò il seguente banner da loro proposto, invitando chi si trova d'accordo a fare altrettanto.

