(Oh Lord, please) Don't let me be misunderstood
Su sollecitazione di Bernardo, ho dato un'occhiata all'intervista a Samuel Gregg (che qui di seguito potete leggere tradotta), che fa riferimento all'enciclica di Benedetto XVI con la quale, tra le altre cose, esorta la Chiesa a dissociarsi da ogni ideologia. Una Chiesa che tuttavia realisticamente deve muoversi all'interno dei contesti sociali e politici, tenendo saldi i riferimenti dottrinali. Questa interessante intervista costituisce un'analisi molto utile per chi ritiene che il Papa possa aver scritto un'enciclica "socialdemocratica", secondo la visione improbabile di G. Tonini e O. Giannino. In alcuni passaggi l'enciclica pare abbracciare la filosofia sociale di Alexis de Tocqueville, ma non si esime dal criticare, e giustamente, i meccanismi immorali del libero mercato. Leggere con un occhio attento almeno l'enciclica (!) permetterebbe a tante persone di scoprire dove originino taluni convincimenti sul ruolo sociale della Chiesa. Buona lettura.
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L'influenza di Tocqueville in Deus Caritas Est
"[ Benedetto XVI ] sostiene, analogamente a Tocqueville, che le democrazie non siano in grado di sostentarsi senza un’ampia aderenza alle convinzioni etiche comuni".
La filosofia sociale di un francese del IXX secolo, Alexis de Tocqueville, potrebbe aver influenzato il pensiero di Benedetto XVI e ispirato parti della sua enciclica, "Deus Caritas Est." Così afferma Samuel Gregg, direttore del Centro di Ricerche Accademiche presso l'Istituto Acton per gli studi sulla Religione e la Libertà. Gregg condivide insieme a ZENIT gli ammonimenti contenuti nell’enciclica contro la tentazione dello Stato di trasformarsi in una burocrazia onnicomprensiva, che è l’immagine di ciò che Tocqueville ha definito "dispotismo soft."
Q: Chi era Alexis de Tocqueville? Perché il suo pensiero è notevole?
Gregg: Il Conte Alexis de Tocqueville è forse uno dei filosofi sociali più importanti della modernità. Nacque nel 1805 in una delle più antiche famiglie aristocratiche della Francia e maturò all'ombra della rivoluzione francese – una rivoluzione, vorrei aggiungere, che ghigliottinava molti dei suoi militanti. Nonostante ciò, Tocqueville affermò che non si stesse profilando nessun ritorno all’ancien régime. Eppure venne turbato dalla ferocia della violenza scaturita dalla rivoluzione, particolarmente di quella contro la Chiesa Cattolica. Paradossalmente, sebbene Tocqueville fosse un cattolico praticante, sappiamo dal suo epistolario che lottò con la fede per tutta la vita. Tuttavia ciò che Tocqueville non indagò, fu il ruolo chiave della Cristianità nella creazione e per il sostegno di quelle società che aspirano, come scrisse Giovanni Paolo il Grande, ad essere sia libere che virtuose. In termini di opere, Tocqueville è più famoso per essere l'autore de "La Democrazia in America," un testo che molti considerano in assoluto l’analisi più definitiva sulla promessa democratica e sfide relative. L’opera è molto circostanziata e parte dalle osservazioni fatte da Tocqueville durante la sua visita negli Stati Uniti nel 1831 e 1832, che visitò in lungo e in largo. Ne "La Democrazia in America" è particolarmente acuto quando descrive il ruolo della cristianità nella fondazione della giovane repubblica americana, nel porre le basi dei principi morali fondamentali che contribuirono a impedire a questa società libera - con l'eccezione evidente e terribile della schiavitù - di degenerare in un’anarchia sulla quale è così facile istaurare le dittature.
Q: Perché pensa che Tocqueville abbia influenzato il pensiero di Benedetto XVI e, in particolare, "Deus Caritas Est"?
Gregg: La Città di Dio di Sant’Agostino fu la riflessione di fondo di Tocqueville e Benedetto XVI non ha mai nascosto l'influenza profonda che ha avuto Sant’Agostino nel suo operato. Ci sono state già diverse occasioni, antecedenti la sua elezione a Pontefice, in cui Joseph Ratzinger ha accennato alla sua ammirazione per il pensiero di Tocqueville. In un discorso del 1992, per esempio, Ratzinger ancora cardinale ha descritto Tocqueville come "un grande pensatore politico " e ha riferito che “La Democrazia in America di Tocqueville ha avuto su di me una grande influenza." Egli sostiene, analogamente a Tocqueville, che le democrazie non siano in grado di sostentarsi senza un’ampia aderenza alle “convinzioni etiche comuni” che, nel caso dell'America, veniva assicurata dalla Cristianità. Per quanto concerne "Deus Caritas Est", a mio avviso un'influenza tocquevillana può essere riscontrata soprattutto al paragrafo 28. Qui, Papa Benedetto, sottolinea quanto di folle ci sia nel dare facoltà allo Stato di assorbire tutta l'attività sociale facendo sì che esso si trasformi in un'amministrazione burocratica onnicomprensiva incapace di individuare i bisogni morali e spirituali più profondi delle persone. Ne "La Democrazia in America," Tocqueville suggerisce che sono le democrazie ad essere particolarmente inclini a questa vocazione, potendo sviluppare le caratteristiche del cosiddetto dispotismo soft. Questo dispotismo, trattato da Tocqueville, è qualcosa con cui lo stato democratico lentamente ma palesemente soffoca tutte le iniziative private e spontanee che sorgono in seno alle libere associazioni che si identificano nella "società civile" - associazioni che sono, in molte circostanze, molto più efficaci delle amministrazioni nel risolvere le problematiche delle persone.
Q: Come viene chiarita in "Deus Caritas Est" la distinzione tra le opere collettive di carità e umanitarie della Chiesa, dai meri servizi sociali?
Gregg: "Deus Caritas Est" spiega chiaramente come la carità cristiana debba indirizzare tutta la persona umana e non solo i nostri bisogni materiali se deve contraddistinguersi come “cristiana”. L’opera di carità della Chiesa, spiega l’enciclica, insegna inoltre che l’anelito alla giustizia è sempre inadeguato se non è accompagnato dall’amore. Schierarsi a favore di vasti progetti governativi o per il controllo statale dell’erogazione di assistenza sociale (welfare) non attenuerà, per esempio, il dolore connesso con l’assenza di fede, la dipendenza da droghe e altre forme di comportamento autodistruttivo. Queste problematiche richiedono un'assistenza individuale continuativa, una dedizione che grava pesantemente sulla nostra decisione di amare concretamente il bisognoso. Sotto questa luce, non dovremmo essere sorpresi se l’enciclica è molto critica nei confronti di coloro che sostengono che la povertà può risolversi semplicemente creando le strutture sociali adeguate. Coloro che pensano in questo modo, sostiene Benedetto, sono caduti nella più grande bugia materialista secondo cui l’uomo vive di solo pane e, in questa visione, non sono differenti dai marxisti. Questo tipo di pensiero nega, enuncia l’enciclica, ciò che ci rende dichiaratamente umani - la nostra dimensione morale e spirituale e soprattutto la nostra esigenza d’amore. La giustizia è importante. È senz’altro una virtù. Ma non può sostituirsi all’amore cristiano.
Q: Chiarito ciò che l’enciclica sostiene relativamente all'importanza delle opere fatta dalle istituzioni caritatevoli e da ciascuno nello specifico, lei vede l’enciclica come una chiamata per i cristiani affinché si accresca il loro sforzo nell’aiutare il povero?
Gregg: A certi livelli, Benedetto XVI, sta certamente chiedendo ai cristiani di fare di più per aiutare i bisognosi. Ognuno di noi può fare sempre di più. Ma la sfida reale proposta ai cristiani nell’enciclica è di garantire che l’opera caritatevole dei cristiani rimanga cristiana, senza doversene vergognare. Ciò significa, e qui è posta l’accento dell’enciclica, che non si deve permettere che questa si sviluppi come mero attivismo politico. La politica, per i cattolici, in definitiva concerne il bene comune, ma non può comprende tutto il bene comune, e ognuno di noi sa quanto l'attività politica abbia procurato enormi danni al bene comune. Un’altra sfida individuata e connessa con "Deus Caritas Est" è la tentazione perpetua alla secolarizzazione dell’opera cristiana nel merito e nel metodo. Ecco perché Papa Benedetto enfatizza il fatto che i Cristiani nella carità devono essere "testimoni credibili in Cristo." Ad un livello pratico, questo accento posto sull’essere manifestamente cristiani significa che i Cristiani nella carità non possono comportarsi contraddittoriamente rispetto alla Verità rivelata da Gesù Cristo e impartita al mondo dalla sua Chiesa. Negli ambienti fortemente secolarizzati con forti aspettative secolari, quest’ultima rappresenta una sfida quotidiana per i cattolici, essa è una croce che non dovremmo mai spaventarci di abbracciare.
Q: Dal momento che la Chiesa risponde alla richiesta di Papa Benedetto XVI a una maggiore e profonda consapevolezza della dimensione pubblica degli sforzi umanitari della Chiesa, quali sono i suggerimenti pratici per l'applicazione del principio del sussidiarietà?
Gregg: Per i cattolici, il principio di sussidiarietà è radicato nelle convinzioni della Chiesa - e, vorrei anche far notare, nel diritto naturale – in quanto, se dobbiamo migliorare come gli esseri umani dovrebbero fare allora dobbiamo poter efettuare libere scelte per la Verità e comportarci di conseguenza. E’ in questo senso che ciascuno può acquisire letteralmente la padronanza di sé, o quella che San Paolo definisce la libertà a cui i cristiani sono chiamati, che riflette la possibilità di vivere secondo verità attraverso la fede e le buone ragioni. La sussidiarietà ci guida, aiutando il prossimo, a raggiungere questo scopo, ma senza appropriarsi letteralmente delle vite di coloro che stiamo tentando di aiutare. Appropriarsi della vita di un altro significa esercitare un dispotismo dai tratti gentili sulle persone le quali, come chiunque altro, sono invitate a impiegare al meglio delle loro abilità e l’innata capacità di attuare una scelta libera e razionale per il bene e contro il male. E il dispotismo soft non sostituisce la comunità, la quale a tutti gli effetti si sta disumanizzando profondamente. Una proposta pratica in seguito a quanto detto potrebbe consistere nel considerare quale dei vari progetti di carità cristiana è conforme alla funzione di sussidiarietà, identificando e riformando i progetti che non lo sono. Un’altra proposta, forse più provocatoria, è domandarsi se nelle proprie opere di carità si è eccessivamente fiduciosi nelle istituzioni. Le istituzioni non solo condizionano frequentemente l’attività umanitaria cristiana in relazione alla qualità dell’aiuto fornito al bisognoso ma, e non è un mistero, certe istituzioni intervengono sempre più con limitazioni – condizioni che in alcuni contesti iper-secolari spesso richiedono, a chi usufruisce di queste, di comportarsi in senso diametralmente opposto agli insegnamenti morali della Chiesa. E una volta che si intraprende quel percorso, la nostra capacità di testimoniare Cristo è compromessa.
Trad. a cura di Ruby