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Di cultura & società con tanto di colonna sonora. Come a dire: canta che ti passa. (dopo avermi letto canticchierete tutto il giorno)

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sabato, 04 marzo 2006,ore 22:29

I Heard It Through The Grapevine

Piange la “scienza” davanti alle ostilità sempre più diffuse nei confronti degli studi che fanno riferimento all’evoluzione di stampo darwiniano. C’è chi dice che le ipotesi sull’origine delle specie siano solo "opinioni da sottomettere al vaglio dei filosofi" (già, quando il Caso sembra essere la causa prima, taluni bravi e acuti filosofi potrebbero solo iniziare a divertirsi mentre i giochi degli scientisti verrebbero chiusi); c’è chi mormora che l’evoluzionismo darwiniano prescinda dai modelli matematici, soprattutto quelli della fisica: le costanti fisiche fondamentali e le proprietà generali e locali dell'Universo, sistema in cui gli esseri viventi sono parte integrante, non sembrano proprio frutto del caso.
Insomma nessuno (ovvero chi si aspetta un minimo di serietà) le crede, pertanto la “scienza”, soffiandosi il naso sventolando fazzolettoni quadrettati, singhiozza dei nuovi tempi cupi e oscurantisti che, appunto, oggi essa attraverserebbe e, senza preoccuparsi di smantellare le pertinenti critiche all’evoluzionismo, riesce solo a lanciare striduli lamenti ogni volta che casualmente le passa davanti un prete, come se fosse importante e soprattutto moderno prendersi la briga di sbugiardare il creazionismo piuttosto che argomentare sul significato delle proprie inevitabili, nel caso dei fanfaroni, tremende lacune.
Certo che frignare non basta, neh!
Come possiamo quindi sforzarci di credere alla narrativa scientista che è fiorita intorno all’evoluzionismo darwiniano?
Possiamo credere a balle celebrate in gran pompa dagli evoluzionisti e raccontate per trent’anni da un professore emerito dell’Università di Francoforte a proposito di un neandertaliano (recentemente l’uomo di Neanderthal è stato depennato dalla lista dei parenti per incompatibilità genetica con l’Homo Sapiens, ndr) straordinariamente vissuto solo 7500 anni fa, e di un signore del ‘700 spacciato per Matusalemme e che fa il paio con l’Uomo di Piltdown venerato a Londra con la sua bella mandibola posticcia?
Possiamo credere al rettile piumato (Archaeoraptor liaoningensis) tanto celebrato dal National Geografic con solenne vanagloria  e poi rivelatosi un grazioso e artistico manufatto?
E che dire della Longisquama insignis? Più che anello di congiunzione tra rettile e uccello, sembra ricordare il mito di Pegaso: in questo caso invece di un cavallo abbiamo una minuscola lucertolina, recentemente entrata in regolare possesso di “piume” che prima però erano state descritte come “squame”, da cui il nome.
Le creature di transizione che reggono molto del ciarpame dell’evoluzione darwiniana sono proprio pochine, dunque, rispetto al numero infinito delle specie dei viventi che popola o che ha popolato il pianeta.
Di tutto ciò, comunque, Enrico Bellone, nel suo ennesimo orrendo editoriale contenuto nella versione italiota di Scientific American, se ne frega. Con un risolino nervoso ammette di non saper rispondere decisivamente alle critiche, ma dice di consolarsi bene con la solidarietà di Bertrand Russell, il quale sosteneva che smentire un uomo che va dicendo di essere un uovo in camicia non è cosa facile.
Povero Bellone, costretto ad attingere a un'auctoritas tra le più faziose che si siano mai viste, senza per altro comprendere che un’affermazione simile è destrutturabile empiricamente con estrema facilità: che sia per questo che esistono gli psichiatri e gli psicofarmaci che evidentemente di logica formale non si occupano affatto, ma si possono occupare con zelante competenza di uova-in-camicia-umane? Già, così come non si occupa di logica formale la critica al darwinismo, ormai più che stufa di farsi vendere per sante reliquie le piume dell’Agnolo Gabriello di boccaccesca memoria, dai vari sor Cipolla di questo secolo, i quali, con buona pace del direttore de Le Scienze, a pag. 12 dell’edizione di marzo 2006, hanno la faccia di bronzo del dottor Hwang, il noto sudcoreano con il quale persino la “nostra” rivista scientifica durante la campagna referendaria ci aveva grandemente triturato attributi e annessi per via delle sue favolose staminali embrionali, che oggi sarebbero solo una grossa frode: con l’esempio sudcoreano di allora intendevano suggerirci l’arretratezza italiana della ricerca scientifica la cui causa principale sarebbero le tonache. Oggi la “scienza” non sa nemmeno come fare a vergognarsi d’essere caduta con tutte le scarpe in quella scientifica fesseria.
Abbiamo capito, comunque, la “scienza” fa così: sforna dogmi che hanno origine dalle fiabe, dalle frottole; e pensare che per anni hanno accusato i religiosi di questa abitudine.
Evidentemente il succo è che gli scienziati vorrebbero sfilare al Papa il pallio, paramento che sono persuasi gli spetti di diritto.
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lunedì, 17 ottobre 2005,ore 13:17

SHOCK THE MONKEY

Lo scientista.Assentatami per motivi di studio, torno alla carica e riparto da dove avevo troncato, l’obiettivo polemico odierno è un certo Donald Johanson, un eroe dei nostri tempi, un simpatico paleontologo americano che in gioventù somigliava vagamente a Stewart Granger. Costui è divenuto famoso per aver ritrovato nel 1974 i resti fossili di “Lucy”, un esemplare femmina di Australopithecus afarensis vissuto 3,2 milioni di anni fa. Intervistato durante un recente convegno tenutosi presso l’Università di Roma “La Sapienza”, questo signore ha definito la sua “creatura” - l’uso del sostantivo è d’uopo, dal momento che il discorso, come capita sempre ai sacerdoti dell’evoluzionismo, è condito di “penso”, “immagino”, “si suppone”, “ipotizziamo che” – nei termini che seguono: “Penso a Lucy come a una specie di scimmia che camminava eretta, penso che vivesse in gruppo e avesse emozioni e un tipo di comunicazione simili a quello delle moderne antropomorfe. Ma non bisogna immaginarla metà uomo e metà scimmia: Lucy era quello che era, era se stessa.” Siamo d’accordo. Lucy era se stessa, un bell’esempio di outing paleolitico. Il guaio è che, essendo una donnina riservata, Lucy non ci ha trasmesso questa sua consapevolezza che il buon Johanson indovina, suppone, immagina, congettura, vagheggia. Bel metodo scientifico, non c’è che dire. Galileo inizia il riscaldamento per le classiche capriole tombali. Dunque, ‘sta signora Lucy cos’era? Non era una scimmia, non era una donna, però era una nostra progenitrice. Perché, ci chiediamo noi dilettanti della biologia? Ovvio: perché Johanson lo indovina, lo suppone, lo immagina, lo congettura, lo vagheggia. Ah, ecco. Qui Galileo inizia lo stretching. Ma lo scienziato non si ferma qui. Egli aggiunge: “ Lucy ci ha insegnato che la transizione per giungere alla postura eretta non è stata istantanea. Sono cambiate prima alcune parti della gamba, il ginocchio, la pelvi, mentre altri elementi, per esempio la lunghezza degli arti, si sono modificate successivamente.” Come mai? E Perché? E cosa succedeva alla povere nonne e nipoti di Lucy durante la trasformazione in supereroine dell’evoluzione? In altre parole: dov’era la loro Bat-caverna? E, in alternativa, da quale istituto previdenziale percepivano la pensione d’invalidità nel corso dei loro evoluzionismi? No, perché con l’anca sbilenca, anche se proiettata nel futuro, non dovevano essere un bello spettacolo. Un po’ di welfare, che diamine! Ovviamente Johanson non sa come e perché questo è avvenuto, né cosa tutto questo abbia realmente a che fare con Homo Sapiens, però, da bravo scienziato, lo indovina, lo suppone, lo immagina, lo congettura, lo vagheggia. Galileo comincia le prime oscillazioni alle parallele. Bisogna riconoscere che a un certo punto Johanson, forse per non somigliare troppo a Rosemary Althea, aggiusta il tiro e avanza il dubbio sulla reale oggettività delle teorie dei paleoantropologi. Non riesce però a evitare un richiamo devoto alla teoria evoluzionista e aggiunge: “Oggi sappiamo di aver avuto degli antenati [...]. In questi ultimi anni stiamo risalendo molto indietro nel tempo e forse stiamo forzando troppo. Forse a volte imponiamo le nostre idee a ciò che troviamo.” Giusto. Il dubbio è legittimo. Galileo inizia a rilassarsi. Tuttavia non ci è chiaro se parlando di antenati, Johanson faccia riferimento ai nostri cari nonni e finanche trisavoli – dico tri-sa-vo-li – oppure a qualche ominide dai connotati scimmieschi al quale nessun albero genealogico ci può far risalire con una qualche attendibilità. Johanson, proprio come tutti i devoti di Darwin, non riesce proprio a mandare giù che l’unica “parentela” scientificamente provata è quella con l’Homo Sapiens, che è come dire con mio nonno. Che forse anche in questo caso egli indovini, supponga, immagini, congetturi, vagheggi? Accidenti, costui è un poeta. No no, è uno scienziato. E qui Galileo accusa il colpo e sbaglia l’uscita dagli anelli. Johanson si avvia verso le conclusioni: “Se l’esodo dall’Africa è avvenuto prima che vi fossero utensili sofisticati e si sviluppasse un grande cervello, questo significa a mio parere che la natura umana è come quella degli altri primati, e cioè siamo molto curiosi.” Grandioso. Johanson ci spiega che a un certo punto si è sviluppato un grande cervello. A un certo punto, così per caso, com’è tradizione nell’evoluzionismo. Le cose avvengono per caso, si sa. Un bel giorno l’uomo o quello che era sentì un botto nella scatola cranica, e disse: “Toh, ho sentito un botto nella testa. Il caso dovrebbe avermi finalmente dotato di un grande cervello: fatto?”, un po’ nello stile di Giovanni Muciaccia di “Art Attack”. L’illustre scienziato non si rende conto che il caso è qui una causa e che un nesso causale va sostanziato. Ma Johanson non ne sente il bisogno. Lui, ormai lo sappiamo, come tutti gli evoluzionisti, indovina, suppone, immagina, congettura, vagheggia. Che il motore casuale sia la curiosità? In effetti si dice “curioso come una scimmia” e, altrove, “la curiosità è femmina”, come Lucy. Lo scienziato ci sta finalmente illuminando: il nesso è evidente, e poi dicono che la saggezza popolare non serve. Galileo è alla cyclette, monitorato da un cardiofrequenzimetro. Ma gli ultimi fuochi dialettici di Johanson sono da incorniciare. Dice: “Dobbiamo applicare i principi di Darwin anche alla nostra evoluzione. E l’evoluzione darwiniana non ha obiettivi, non va verso il meglio”. Ma per evoluzione darwiniana qui si intende forse l’evoluzione dell’individuo Darwin? Il percorso che da giovane aitante ne ha fatto, in tarda età, un candido barbùn? No, perché se invece qui intendiamo la teoria dell’evoluzione formulata da Darwin, i conti non tornano. Affermare che l’evoluzione non abbia obiettivi è antiscientifico, dal momento che un obiettivo metafisico (in quanto ultimo, originario) non è per definizione oggetto di osservazione. L’obiettivo, la finalità, che qui assumono caratteri propri della metafisica, sono concetti filosofici ai quali la scienza dovrebbe semplicemente rimanere estranea. Invece, come nel “caso del Caso”, si traggono delle conclusioni che con la scienza non hanno nulla a che fare e che giustificano i sospetti di dogmatismo materialista avanzati sempre più spesso quando si parla della teoria evoluzionista. Johanson conclude così: “In America c’è un forte movimento creazionista, si sta vivendo un periodo molto antiscientifico. Ma il mio obiettivo non è smentire la religione, è fare buona scienza.” E fare buona scienza sarebbe affermare tutto ciò che precede? Qui Galileo, fa un tuffo carpiato nella marana di sordiana memoria e dice all’indirizzo del nostro scienziato: “Vie’ pure tu america’, facce Tarza...!”
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venerdì, 22 luglio 2005,ore 05:05

(R)EVOLUTION!

CoelacanthusQuando avevo circa 13 anni mi venne spiegato che millenni fa gli uomini avevano la coda e che una serie di coincidenze consentì loro di scendere dagli alberi dai quali amavano penzolare e fece sì che questa coda scomparisse dal nostro attuale didietro. Quando domandai chi mai avesse fatto tale ipotesi e prima ancora di poter finire la frase, mi ritornò un’eco possente: DARWIN!
Ricordo ancora che a causa di quell’onda sonora la tenda che prima pendeva immobile dalla finestra si mise a oscillare: oltre il vetro non faceva più capolino il muretto del cortile ma qualcosa di cosmico. Fu in quel momento che esclamai: la teoria evoluzionistica è una... cagata pazzesca!
Non seguirono 90 minuti di applausi, ma anni di studi.
Per fortuna il fatto della coda, negli anni, fu relegato a ingenuità di un naturalista arrembante privo all’epoca di strumenti biogenetici, così come oggi sono ormai stati accantonati l’argomento degli organi rudimentali, e ridimensionati gli argomenti dell’omologia genetica e morfologica (poiché se dovessimo trovare parentele con altri esseri viventi per il numero di cromosomi – 46 - che condividiamo con le altre specie dovremmo sentirci parenti sia delle patate che dei maiali).
Un testo che confermò circa un anno dopo l’esclamazione di una tredicenne fu un articolo pubblicato da Scientific American nel gennaio del 1979 a cura di un certo Whittington (The animals in the Burgess Shale). E’ la storia di una scoperta risalente al 1909 del più strabiliante giacimento fossilifero del mondo avvenuta a Burgess, sulle Montagne Rocciose canadesi; qui vennero scoperti fossili relativi a una fauna acquatica risalente al periodo Cambriano (circa 500-600 milioni di anni fa), che costituiscono l’unico e il più vecchio gruppo di invertebrati apparso dal nulla e senza storia evolutiva o transizionale (come ammette lo stesso Gould in un volumetto sui medesimi stupefacenti argilloscisti). Essi costituirono una scoperta che fece vacillare di molto tutta la credenza evoluzionista, poiché questi invertebrati non riuscivano ad essere entità transizionali di nessuna specie, nemmeno implorandoli. Le specie di transizione sono quelle che dovrebbero mostrarci le tappe evolutive delle varietà viventi nelle varie ere, ma la fauna di Burgess era così atipica e determinò talmente tante perplessità e tragicomiche vicissitudini (con più d’uno di questi fossili era stato difficile capire quale fosse la parte anteriore e quella posteriore, il sotto dal sopra) che venne infilata di forza nel phylum degli artropodi (ragni, insetti, aragoste, etc.). Tuttavia questi piccoli invertebrati (avete presente un trilobite?) precedettero le classi di vertebrati marini come i pesci: è davvero difficile credere che il gigantesco e spaventoso Dunkleosteus sia parente di un gamberetto. 
Difatti, anche nel famoso naturalista inglese tra le pagine de L’Origine della specie si insinuava il dubbio prima di ogni consapevolezza sulla piccola e psichedelica Opabinia di Burgess: "perché se le specie derivano da altre specie attraverso impercettibili graduazioni, non vediamo ovunque innumerevoli forme di transizione?” E ancora: “dal momento che queste forme di transizione devono essere esistite, perché non le troviamo sepolte in numero infinito nella crosta terrestre?" Già, perché nel 2005 non ne abbiamo ancora trovate?
La scienza non ha mai rinunciato al postulato di oggettività, nonostante sia presunzione indimostrabile e siccome è impossibile provare l’inesistenza di un progetto all’interno di ogni circostanza della natura, si assiste ancora ad una grossolana contraddizione epistemologica.
Tuttavia non mi riesce di non essere in qualche modo evoluzionista per il semplice motivo che ritrovo questa spinta nell’osservazione del mero dato visibile: ho sostenuto la causa dell’embrione, negare che il fenomeno embriogenetico sia un processo evolutivo è fare un torto all’embrione e alla causa che ho portato avanti. C’è da precisare però, che ciò che è visibile da un punto di vista fenomenico relativamente allo sviluppo embriogenetico e le sue propaggini extrauterine nel processo evolutivo neonatale non risolve affatto la questione dell’uomo, non è così semplice come pare ai darwinisti. Nonostante la mia avversione per il darwinismo, credo mi apparterranno per sempre i ritagli di taluni dogmi evoluzionistici, come quello che vuole lo sviluppo ontogenetico essere una ricapitolazione anche se a mio avviso non propriamente e strettamente filogenetica, con buona pace di Haeckel, unicamente perché non mi è concesso di sapere nient’altro sul conto della nostra origine la quale è verosimilmente un aggregato cellulare. Perché e come gli aggregati cellulari siano divenuti la miriade di esseri viventi che popola il pianeta, io non lo posso scrivere ma neppure i darwinisti checché ne dica la necessità o il caso, spacciato per primum movens dell’esistenza.
La teoria evoluzionistica non è tutta da rigettare: Darwin in fondo era uno scienziato onesto che corredò di opportune autocritiche i suoi scritti teorici; è il darwinismo che, per contro, diviene spazzatura quando si bea di aver preso “finalmente” a calci nelle terga la sacralità della vita e l’interferenza metafisica, per evitare ogni spiegazione finalistica, e liberare la biologia dalle sue pesanti catene, parimenti è spazzatura quando spaccia fantasticherie letterarie per scienza, quando si fa dogma e pretende di divulgarsi presso le masse in attesa di una qualche spiegazione ma a digiuno dei significati delle catene polipeptidiche (persino Monod disse: "Un altro aspetto curioso della teoria dell'evoluzione è che chiunque pensa di capirla"). E dunque è proprio tra le masse che ha trovato i maggiori entusiasmi, quando anzi l’evoluzionismo è sempre stato materia di grande scontro tra scienziati (quelli ancora dotati di spirito critico): paleontologi, paleoantropologi, biogenetisti, nonché tra i matematici statistici i biofisici e i bioingegneri. C’è da dire che tale teoria infatti non rispetta tutti i requisiti che richiede ogni impianto teorico che si rispetti fin dall’osservazione di dati fenomeni, poiché solitamente il modello teorico che viene costruito dovrà divenire utile alla previsione di comportamenti futuri: ebbene questi comportamenti vengono regolarmente disattesi se non destrutturati da scienziati animati da spirito critico, qualora vengano descritti; inoltre, comunemente in ogni campo di ricerca le varie discipline scientifiche si integrano fra loro e tendono a una visione coerente, il che puntualmente non accade nel caso dei darwinisti. Certo, l'epistemologia odierna guarda anche oltre l’empirismo, ma le posizioni darwiniste spesso hanno trascurato ampiamente e di proposito le ovvietà che emergevano dall’osservazione empirica. Per questo l’evoluzionismo è ideologia: il materialismo, che fu anche storico e marxista, è comunque alla base di ogni tesi neo-evoluzionistica o post-neoevoluzionistica che in ogni caso si è conservata materialista, custodendo non il valore scientifico della tesi ma, appunto, quello ideologico, che pur di essere si offre infine al nichilismo e alla liquidazione di ogni ontologia e pertanto si adatta adesso e addirittura, per un prevedibile paradosso, a fare pendant e corollario al neo-liberismo. Non dimenticherò mai le lettere di Marx ed Engels che, in preda alla sbronza darwinista, si scambiavano epistolari sgomitate e salutavano finalmente la scienza che avrebbe preso a calci la fede (l’urgenza prima!)  e sostenuto il materialismo dialettico. Il darwinismo è ideologico: per giustificarlo non si è esitato a fondere l’evoluzione e la selezione naturale in un cocktail mortificante della natura, attribuendo comicamente alla selezione naturale una consapevolezza e un volontarismo irrealistici nonché un finalismo che, infine, rientrava gloriosamente dalla finestra dopo essere stato messo alla porta. Una corbelleria colossale priva di credibilità persino tra leoni, iene e gazzelle. Lo stesso Engels, in seguito, si era reso conto che l’interpretazione selettiva dell’evoluzione era da rigettare senza mezze misure. E’ come sparare al fantasma di Canterville: e tuttavia come non ammettere che la caccia al fantasma è comunque un vero spasso?
<br>
(continua con circostanziate obiezioni...)
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sabato, 28 maggio 2005,ore 15:41

Think

(You better think about what you're trying to do to me)

 


 

Affermare che l’embrione non sia persona è cosa priva di ogni fondamento; è stata ottimamente dimostrata l’infondatezza giuridica di questa affermazione (si vedano le argomentazioni del prof. Catalano), e l’infondatezza filosofica (Severino per contro fa riferimento alla sola tomistica, ma si guarda bene dal pronunciarsi quale studioso moderno a suffragio di certe fole, secondo le quali si evince che un seme di baobab -diverso dal seme di zucca-  non sia in sé un baobab perché non si manifesta nell’immediato in tutta la sua immane baobabità); non resta che sviluppare una sorta di prova biologica di questa inesattezza. Tale argomentazione non ha comunque l’intenzione di affermare che l’embrione sia per contro una persona. Questo non è argomento che riguardi la biologia. La biologia può fornire dei riscontri oggettivi.

 

Intanto occorre capire cosa, in questo caso, intendano per “persona”. Dalle asserzioni che ho raccolto qua e là ho trovato tre posizioni riassuntive:

E’ persona:

1-     L’individuo con un sistema nervoso sviluppato

2-     L’individuo raziocinante

3-     Il soggetto di diritto

Dunque tutto ciò di cui abbiamo bisogno per personificarci è di un cervello che sappia far uso del raziocinio! Certo che la presenza di una mente complica davvero le cose: ma ciò che è insospettabile, per i più, è che i geni, prima della conseguenza di ogni cosa, abbiano previsto lo sviluppo di un sistema nervoso sovrabbondante rispetto alle loro esigue e meccaniche necessità (lungimiranti, eh?).

La cerebralità (divinità creatrice e distruttrice di universi), il pensiero che suppone se stesso, è arrivato a contemplare i geni, poi a sballottarli, come se quei geni non fossero parte integrante, anche se infinitesima, della sua intelligenza, e poiché per alcuni l’intelligenza ha assunto solo una natura culturale e non anche naturale, oggi la rotella del pensante ha architettato per il concetto di adattamento nuovi significati.

L’esperienza e la conoscenza danno luogo all’evoluzione del cervello e quindi del pensiero, direbbero certi illuminati embriofagi. No, mica è così, perché dalle punte di selce ai protocolli TCP/IP, il cervello non è variato nella sua morfologia e citoarchitettonica. Ma che cosa è cambiato invece?

Sostanzialmente i meccanismi cognitivi cerebrali non si sono evoluti nemmeno rispetto a circa 3000 anni fa, e almeno una prova documentale la possiamo fornire: la complessità metaforica e argomentativa contenuta nei Libri Sapienziali del Vecchio Testamento (scritto molto tempo prima dell’avvento di Cristo).

Ciò che si è sviluppato nell’organo deputato al pensiero sono solo le connessioni intersinaptiche in senso numerico e, checché ne dicano quelli di scientology, tuttavia, con la potenzialità sinaptica (forza del pensiero?) manco se t’impicchi potrai far oscillare un lampadario da tre metri di distanza.

Ma tant’è che il gene, iota che regge l’intelletto, ora viene smembrato e ricomposto quasi come a essere scrollato: “Perché non parli?”.

Si presume che il raziocinio si rinnovi e si evolva solo grazie a contributi estranei al genoma (leggi fattori antropologici), ed è certamente questa circostanza che illude qualcuno a prefiggersi l’onnipotenza emancipante dalla natura.

Con tutto ciò ho inteso dire che dal paleoencefalo al neoencefalo la progressione evolutiva non è avvenuta tanto per le sollecitazioni socio-ambientali-culturali, quanto anche per un programma genetico che ha già una sua compiutezza intrinseca, tant’è che l’encefalo è quello che ci ritroviamo e più complesso di così, da un punto di vista strutturale, non diventerà, persino qualora arrivassimo a praticare viaggi intergalattici. Come una mano o un piede, esso è già strumento completo da sempre e pre-programmato. Le personcine pensanti dovrebbero però fare chiarezza se relativamente al pensiero intendano fare una distinzione quantitativa da un punto di vista culturale o biologica.

Appurato che da un punto di vista culturale il pensiero non stabilisce evidenze personali, ora non resta che la mera verità dell’assenza nell'embrione di organi preposti al pensiero: già.

L’embrione ne è visibilmente privo, ma ragionare quantitativamente ovvero in termini di massa, di chili di materia grigia pensante costituisce un grave pre-giudizio: l’assenza tangibile non si identifica con l’assenza di tutte le informazioni uniche e irripetibili che serviranno da fondamento a un organo già programmato per essere complesso.

Se volessimo ragionare in termini di cm2, l’area interna circoscritta dall'esigua scatola cranica dell’Uomo di Neanderthal non ha mai fornito evidenze sulla complessità o addirittura circa la sussistenza del pensiero in quegli ominidi: si sono estinti, non potremmo mai domandare loro se con una fronte così sfuggente si potessero autodefinire individui, probabilmente non sapevano costruire utensili complessi, ma chi ci dice che piuttosto non occupassero il tempo a disquisire dei massimi sitemi? - dal momento che la tecnica e la cultura non coincidono necessariamente, altrimenti si potrebbe affermare che per avere patente di persona il filosofo dovrebbe quantomeno fare anche il manovale (è evidentemente una battuta, so benissimo la differenza che passa tra capacità cognitiva e capacità d'apprendere: era solo per dire che dell'uomo neanderthaliano ignoriamo i livelli di entrambe).  

Parallelamente, in relazione alle capacità cognitive, oggi possiamo usare la tastiera del PC con una scatola cranica parimenti capiente di quella dell’homo sapiens il quale (che ignorante!) dipingeva le volte delle caverne con le sole dita; ecco dimostrato che non esiste una relazione biunivoca né tra comportamento e ambiente e né tra comportamento e sviluppo del sistema nervoso centrale. Ergo: non esiste una valutazione in termini quantitativi dell’intelletto rispetto alle dimensioni e alla presenza dell’organo che permette di pensare.

In cosa consiste dunque il raziocinio? Che sia legato alla completezza e alla integrità dell’insieme del tessuto nervoso? Una corbelleria di questo tipo con la patente di pensiero scientifico è davvero troppo per me!

Un uomo privato del suo lobo temporale ha quote assai raziocinanti.

Un uomo privato del corpo calloso è raziocinante, ve lo assicuro.

Dunque?

Cielo! Dietro il brancolare soggettivo alla ricerca di segni di certezza, una certezza deve pur esserci!

Dice: “Persona = Pensante, vedete di farvelo bastare!”

Ed ecco che la personcina dello scienziato prezzolato pensante va a pensare a come delegittimare un essere vivente predisposto al pensiero: esso non pensa non essendo persona che pensa.

Il sistema che spiega se stesso, pur ricorrendo a sottrazioni o addizioni, è una rara stupidaggine.

Il legislatore allora dovrà precipitarsi in sostegno del prezzolato scienziato pensante con una sorta di aberrazione normativa del cogito cartesiano, ma non è che Cartesio colga la “personalità” del pensante, la sua non era una valutazione ma una funzione. Tuttavia, per qualcuno che ha trovato moderne le armi dialettiche (spuntate) del darwinismo e del tomismo, anche un bel cogito ergo sum piazzato lì a vanvera può avere la medesima maccheronica dignità. E così la vanverologia del raziocinante riempie i tomi, i quotidiani e le zucche vuote a suffragare un’idea balorda ma dall’indiscutibile utilità economica.

Ora è evidente che abbiamo davanti (più che un individuo raziocinante) una creatura che non ha una cultura etica del creato, e rigetta quella che è concezione etica dell’ambiente: il gene ha una componente etica nella quale siamo gettati ma di cui non siamo padroni. Poiché uomo e genoma dimorano, punto. Ethos. Che c’entra la persona? E’ il genoma che determina gli Einstein e i Forrest Gump (due persone, dico bene?), e lo farà ancora per i millenni a venire; tanto per rivendicare la paternità del raziocinio al DNA e non al raziocinante che deambula. E’ il genoma che dà e che toglie, e colui che è scaturito e si è evoluto dal genoma non avrà viceversa mai mano in questo con un microscopio elettronico a scansione a misurare quantitativamente il pensiero. Lascio a voi ogni giudizio di valore sull’evoluzione, quella culturale, e vi lancio una domanda: indovinate perché non è la qualità del pensiero a determinre la legittimità ad essere persona, invece che la quantità?

 

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mercoledì, 25 maggio 2005,ore 01:19

Would I lie to you?

 


 

Racconterò in termini agevoli una storia, la storia della SFERA LEGGENDARIA, che a prima vista è priva di attrattiva, ma che in realtà è molto affascinante e spiega in parte la direzione sbagliata dell’inane sforzo della ricerca genetica e in parte spiega il mio credo in quella evidenza che è la vita benché essa abbia delle modalità apparentemente meccanicistiche (mi si perdonino qui sparute tracce di metafisica).

Quando galleggiavamo pressoché inerti nel famoso brodo primordiale (tanto per partire da vicino), senza braccia, né gambe, né pensiero, un qualche anelito alla conservazione o prospettiva più vantaggiosa al nostro permanere in quello stato, ci indusse a simpatizzare con un’altra vita. Era qualcosa di bitorzoluto e bruttino e galleggiava vicino a noi; e noi, senza la coscienza di noi e della nostra pochezza che allora più di oggi ci poneva alla mercé di qualsiasi folata di vento, entrammo in relazione con questa piccola “inutile” vita.
Saranno stati taluni richiami biochimici (i cito-dialoghi, li battezzerei), una fatalità, un’opportunità, o la vaga “consapevolezza” del succitato bitorzolo della sua bitorzolaggine che, com’è come non è, ci ritrovammo in questo traffico di informazioni citochimiche, da esistenze separate e completamente dissimili, a condividere alla fine un’esistenza sola.
Il bitorzolo di cui parlo è il “banale” mitocondrio (il suo etimo spiega il mito vivente), un fagiolo vivo che campeggia nel citoplasma cellulare e che con le sue capacità di produrre energia, costituisce il motorino della cellula vivente.
Forse senza di essi (sono più d’uno gli inquilini) saremmo, insieme a un mucchio di altri esseri viventi, sostanzialmente diversi: chi lo sa? Masse di grasso immerse nei lipidi, per ovviare all’esigenza del glicogeno?
La scoperta del fatto che il mitocondrio abbia geni propri (essa risale al 1963), ci ha permesso di supporre un evento straordinario: l’informazione di tipo chimico contraccambiata che ha fatto sì che avvenisse un mutuo scambio tra due entità diverse, una cooperazione nella quale fatico a vederci un evento meccanicistico, che è più vicino a un’evenienza utilitaristica di quanto si creda.
Perché? A che pro? Quale evenienza si rendeva imprescindibile?
C’è un estraneo dentro noi (anzi più d’uno). Questo estraneo non potrebbe divenire null’altro che sé stesso (si replica solo per scissione), sia fuori che dentro di noi; questo fagiolino ha un DNA proprio, il furbastro, e non esita a portarsi dietro tutto ciò che lo riguarda, persino le sue inesattezze; esso è se stesso oggi come 1.200.000.000 anni fa, al contrario di noi. Per la precisione, questi mitocondri sono bagaglio materno, sono presenti nella cellula uovo, mentre nello spermatozoo risiedono nella coda, che va perduta alla fecondazione.

Venendo al sodo, l’amicone, compagnero millenario e dei millenni a venire, ci indica con la sua presenza non solo che la comunicazione cellulare, lo scambio d’informazioni, può avere un valore aggiunto al di là del programma automatico dell’essere vivente e pone un problema su chi o cosa (il caso?) regoli a monte specifiche circostanze, ma ci indica in qualche modo l’inafferrabilità della vita e, di conseguenza, che siamo lontani dal risolvere la morte e la malattia.

Queste sono alcune delle numerose malattie da imputarsi a una mutazione infausta del DNA mitocondiale o a cattivi funzionamenti di quest’ultimo ad opera del DNA nucleare. Esse possono in molti casi comparire nelle prime fasi dello sviluppo embrionale oppure comparire nel corso della vita.

Quando il fenotipo fa un pernacchio a Mendel e ai suoi schemi, la genetica si arrende (o dovrebbe farlo) mentre il mitocondrio ride.

- Morbo di Alzheimer
- Oftalmoplegia cronica progressiva
- Diabete mellito
- Distonia
- Sindrome Kearns-Sayre
- Sindrome di Leigh
- Neuoropatia ottica ereditaria
- Encefalomiopatia mitocondriale
- Epilessia mioclonica
- Retinite pigmentosa
- Sindrome di Pearson


Questo elenco, a scopo esemplificativo, dimostra la bugia che racconta chi ambisce all’embrione quale rivelazione per la genetistica. Nessuna ricerca embrionale potrà venire a capo delle falle contenute in un altro codice; e come ignorare che le malattie di cui si sono resi responsabili alcuni geni del DNA nucleare sono un numero esiguo rispetto alle centinaia e centinaia di malattie causate da ben altro che la bizzaria della natura?
Saremo sempre indifesi dunque? Sì.
La cura di poche gravi malattie garantita dal sacrificio di milioni di piccoli Isacco, potrebbe migliorare un pochetto la vita umana ma a fronte di ulteriori sacrifici o prezzi altissimi: il sistema previdenziale, per dirne una, da questa menzogna ne verrebbe annientato e relegherebbe in un cantuccio i morti di fame, i senza-soldi.
Le multinazionali del farmaco che sono in grado di sostenere la ricerca (quella sbagliata), non sono testimonianza della potenza evolutiva dell’uomo, sono qualcos’altro: nuovi dinosauri, grossolani e inadeguati alla natura, che attendono il buon asteroide che li annienterà.
Davanti alla vulnerabilità umana, l’unica difesa è la ragione.

Ve le ha cantate: rubytuesday
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categoria : bimbi, bio



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