I Heard It Through The Grapevine
SHOCK THE MONKEY
Assentatami per motivi di studio, torno alla carica e riparto da dove avevo troncato, l’obiettivo polemico odierno è un certo Donald Johanson, un eroe dei nostri tempi, un simpatico paleontologo americano che in gioventù somigliava vagamente a Stewart Granger. Costui è divenuto famoso per aver ritrovato nel 1974 i resti fossili di “Lucy”, un esemplare femmina di Australopithecus afarensis vissuto 3,2 milioni di anni fa. Intervistato durante un recente convegno tenutosi presso l’Università di Roma “La Sapienza”, questo signore ha definito la sua “creatura” - l’uso del sostantivo è d’uopo, dal momento che il discorso, come capita sempre ai sacerdoti dell’evoluzionismo, è condito di “penso”, “immagino”, “si suppone”, “ipotizziamo che” – nei termini che seguono: “Penso a Lucy come a una specie di scimmia che camminava eretta, penso che vivesse in gruppo e avesse emozioni e un tipo di comunicazione simili a quello delle moderne antropomorfe. Ma non bisogna immaginarla metà uomo e metà scimmia: Lucy era quello che era, era se stessa.” Siamo d’accordo. Lucy era se stessa, un bell’esempio di outing paleolitico. Il guaio è che, essendo una donnina riservata, Lucy non ci ha trasmesso questa sua consapevolezza che il buon Johanson indovina, suppone, immagina, congettura, vagheggia. Bel metodo scientifico, non c’è che dire. Galileo inizia il riscaldamento per le classiche capriole tombali. Dunque, ‘sta signora Lucy cos’era? Non era una scimmia, non era una donna, però era una nostra progenitrice. Perché, ci chiediamo noi dilettanti della biologia? Ovvio: perché Johanson lo indovina, lo suppone, lo immagina, lo congettura, lo vagheggia. Ah, ecco. Qui Galileo inizia lo stretching. Ma lo scienziato non si ferma qui. Egli aggiunge: “ Lucy ci ha insegnato che la transizione per giungere alla postura eretta non è stata istantanea. Sono cambiate prima alcune parti della gamba, il ginocchio, la pelvi, mentre altri elementi, per esempio la lunghezza degli arti, si sono modificate successivamente.” Come mai? E Perché? E cosa succedeva alla povere nonne e nipoti di Lucy durante la trasformazione in supereroine dell’evoluzione? In altre parole: dov’era la loro Bat-caverna? E, in alternativa, da quale istituto previdenziale percepivano la pensione d’invalidità nel corso dei loro evoluzionismi? No, perché con l’anca sbilenca, anche se proiettata nel futuro, non dovevano essere un bello spettacolo. Un po’ di welfare, che diamine! Ovviamente Johanson non sa come e perché questo è avvenuto, né cosa tutto questo abbia realmente a che fare con Homo Sapiens, però, da bravo scienziato, lo indovina, lo suppone, lo immagina, lo congettura, lo vagheggia. Galileo comincia le prime oscillazioni alle parallele. Bisogna riconoscere che a un certo punto Johanson, forse per non somigliare troppo a Rosemary Althea, aggiusta il tiro e avanza il dubbio sulla reale oggettività delle teorie dei paleoantropologi. Non riesce però a evitare un richiamo devoto alla teoria evoluzionista e aggiunge: “Oggi sappiamo di aver avuto degli antenati [...]. In questi ultimi anni stiamo risalendo molto indietro nel tempo e forse stiamo forzando troppo. Forse a volte imponiamo le nostre idee a ciò che troviamo.” Giusto. Il dubbio è legittimo. Galileo inizia a rilassarsi. Tuttavia non ci è chiaro se parlando di antenati, Johanson faccia riferimento ai nostri cari nonni e finanche trisavoli – dico tri-sa-vo-li – oppure a qualche ominide dai connotati scimmieschi al quale nessun albero genealogico ci può far risalire con una qualche attendibilità. Johanson, proprio come tutti i devoti di Darwin, non riesce proprio a mandare giù che l’unica “parentela” scientificamente provata è quella con l’Homo Sapiens, che è come dire con mio nonno. Che forse anche in questo caso egli indovini, supponga, immagini, congetturi, vagheggi? Accidenti, costui è un poeta. No no, è uno scienziato. E qui Galileo accusa il colpo e sbaglia l’uscita dagli anelli. Johanson si avvia verso le conclusioni: “Se l’esodo dall’Africa è avvenuto prima che vi fossero utensili sofisticati e si sviluppasse un grande cervello, questo significa a mio parere che la natura umana è come quella degli altri primati, e cioè siamo molto curiosi.” Grandioso. Johanson ci spiega che a un certo punto si è sviluppato un grande cervello. A un certo punto, così per caso, com’è tradizione nell’evoluzionismo. Le cose avvengono per caso, si sa. Un bel giorno l’uomo o quello che era sentì un botto nella scatola cranica, e disse: “Toh, ho sentito un botto nella testa. Il caso dovrebbe avermi finalmente dotato di un grande cervello: fatto?”, un po’ nello stile di Giovanni Muciaccia di “Art Attack”. L’illustre scienziato non si rende conto che il caso è qui una causa e che un nesso causale va sostanziato. Ma Johanson non ne sente il bisogno. Lui, ormai lo sappiamo, come tutti gli evoluzionisti, indovina, suppone, immagina, congettura, vagheggia. Che il motore casuale sia la curiosità? In effetti si dice “curioso come una scimmia” e, altrove, “la curiosità è femmina”, come Lucy. Lo scienziato ci sta finalmente illuminando: il nesso è evidente, e poi dicono che la saggezza popolare non serve. Galileo è alla cyclette, monitorato da un cardiofrequenzimetro. Ma gli ultimi fuochi dialettici di Johanson sono da incorniciare. Dice: “Dobbiamo applicare i principi di Darwin anche alla nostra evoluzione. E l’evoluzione darwiniana non ha obiettivi, non va verso il meglio”. Ma per evoluzione darwiniana qui si intende forse l’evoluzione dell’individuo Darwin? Il percorso che da giovane aitante ne ha fatto, in tarda età, un candido barbùn? No, perché se invece qui intendiamo la teoria dell’evoluzione formulata da Darwin, i conti non tornano. Affermare che l’evoluzione non abbia obiettivi è antiscientifico, dal momento che un obiettivo metafisico (in quanto ultimo, originario) non è per definizione oggetto di osservazione. L’obiettivo, la finalità, che qui assumono caratteri propri della metafisica, sono concetti filosofici ai quali la scienza dovrebbe semplicemente rimanere estranea. Invece, come nel “caso del Caso”, si traggono delle conclusioni che con la scienza non hanno nulla a che fare e che giustificano i sospetti di dogmatismo materialista avanzati sempre più spesso quando si parla della teoria evoluzionista. Johanson conclude così: “In America c’è un forte movimento creazionista, si sta vivendo un periodo molto antiscientifico. Ma il mio obiettivo non è smentire la religione, è fare buona scienza.” E fare buona scienza sarebbe affermare tutto ciò che precede? Qui Galileo, fa un tuffo carpiato nella marana di sordiana memoria e dice all’indirizzo del nostro scienziato: “Vie’ pure tu america’, facce Tarza...!”
(R)EVOLUTION!
Think
(You better think about what you're trying to do to me)
Affermare che l’embrione non sia persona è cosa priva di ogni fondamento; è stata ottimamente dimostrata l’infondatezza giuridica di questa affermazione (si vedano le argomentazioni del prof. Catalano), e l’infondatezza filosofica (Severino per contro fa riferimento alla sola tomistica, ma si guarda bene dal pronunciarsi quale studioso moderno a suffragio di certe fole, secondo le quali si evince che un seme di baobab -diverso dal seme di zucca- non sia in sé un baobab perché non si manifesta nell’immediato in tutta la sua immane baobabità); non resta che sviluppare una sorta di prova biologica di questa inesattezza. Tale argomentazione non ha comunque l’intenzione di affermare che l’embrione sia per contro una persona. Questo non è argomento che riguardi la biologia. La biologia può fornire dei riscontri oggettivi.
Intanto occorre capire cosa, in questo caso, intendano per “persona”. Dalle asserzioni che ho raccolto qua e là ho trovato tre posizioni riassuntive:
E’ persona:
1- L’individuo con un sistema nervoso sviluppato
2- L’individuo raziocinante
3- Il soggetto di diritto
Dunque tutto ciò di cui abbiamo bisogno per personificarci è di un cervello che sappia far uso del raziocinio! Certo che la presenza di una mente complica davvero le cose: ma ciò che è insospettabile, per i più, è che i geni, prima della conseguenza di ogni cosa, abbiano previsto lo sviluppo di un sistema nervoso sovrabbondante rispetto alle loro esigue e meccaniche necessità (lungimiranti, eh?).
La cerebralità (divinità creatrice e distruttrice di universi), il pensiero che suppone se stesso, è arrivato a contemplare i geni, poi a sballottarli, come se quei geni non fossero parte integrante, anche se infinitesima, della sua intelligenza, e poiché per alcuni l’intelligenza ha assunto solo una natura culturale e non anche naturale, oggi la rotella del pensante ha architettato per il concetto di adattamento nuovi significati.
L’esperienza e la conoscenza danno luogo all’evoluzione del cervello e quindi del pensiero, direbbero certi illuminati embriofagi. No, mica è così, perché dalle punte di selce ai protocolli TCP/IP, il cervello non è variato nella sua morfologia e citoarchitettonica. Ma che cosa è cambiato invece?
Sostanzialmente i meccanismi cognitivi cerebrali non si sono evoluti nemmeno rispetto a circa 3000 anni fa, e almeno una prova documentale la possiamo fornire: la complessità metaforica e argomentativa contenuta nei Libri Sapienziali del Vecchio Testamento (scritto molto tempo prima dell’avvento di Cristo).
Ciò che si è sviluppato nell’organo deputato al pensiero sono solo le connessioni intersinaptiche in senso numerico e, checché ne dicano quelli di scientology, tuttavia, con la potenzialità sinaptica (forza del pensiero?) manco se t’impicchi potrai far oscillare un lampadario da tre metri di distanza.
Ma tant’è che il gene, iota che regge l’intelletto, ora viene smembrato e ricomposto quasi come a essere scrollato: “Perché non parli?”.
Si presume che il raziocinio si rinnovi e si evolva solo grazie a contributi estranei al genoma (leggi fattori antropologici), ed è certamente questa circostanza che illude qualcuno a prefiggersi l’onnipotenza emancipante dalla natura.
Con tutto ciò ho inteso dire che dal paleoencefalo al neoencefalo la progressione evolutiva non è avvenuta tanto per le sollecitazioni socio-ambientali-culturali, quanto anche per un programma genetico che ha già una sua compiutezza intrinseca, tant’è che l’encefalo è quello che ci ritroviamo e più complesso di così, da un punto di vista strutturale, non diventerà, persino qualora arrivassimo a praticare viaggi intergalattici. Come una mano o un piede, esso è già strumento completo da sempre e pre-programmato. Le personcine pensanti dovrebbero però fare chiarezza se relativamente al pensiero intendano fare una distinzione quantitativa da un punto di vista culturale o biologica.
Appurato che da un punto di vista culturale il pensiero non stabilisce evidenze personali, ora non resta che la mera verità dell’assenza nell'embrione di organi preposti al pensiero: già.
L’embrione ne è visibilmente privo, ma ragionare quantitativamente ovvero in termini di massa, di chili di materia grigia pensante costituisce un grave pre-giudizio: l’assenza tangibile non si identifica con l’assenza di tutte le informazioni uniche e irripetibili che serviranno da fondamento a un organo già programmato per essere complesso.
Se volessimo ragionare in termini di cm2, l’area interna circoscritta dall'esigua scatola cranica dell’Uomo di Neanderthal non ha mai fornito evidenze sulla complessità o addirittura circa la sussistenza del pensiero in quegli ominidi: si sono estinti, non potremmo mai domandare loro se con una fronte così sfuggente si potessero autodefinire individui, probabilmente non sapevano costruire utensili complessi, ma chi ci dice che piuttosto non occupassero il tempo a disquisire dei massimi sitemi? - dal momento che la tecnica e la cultura non coincidono necessariamente, altrimenti si potrebbe affermare che per avere patente di persona il filosofo dovrebbe quantomeno fare anche il manovale (è evidentemente una battuta, so benissimo la differenza che passa tra capacità cognitiva e capacità d'apprendere: era solo per dire che dell'uomo neanderthaliano ignoriamo i livelli di entrambe).
Parallelamente, in relazione alle capacità cognitive, oggi possiamo usare la tastiera del PC con una scatola cranica parimenti capiente di quella dell’homo sapiens il quale (che ignorante!) dipingeva le volte delle caverne con le sole dita; ecco dimostrato che non esiste una relazione biunivoca né tra comportamento e ambiente e né tra comportamento e sviluppo del sistema nervoso centrale. Ergo: non esiste una valutazione in termini quantitativi dell’intelletto rispetto alle dimensioni e alla presenza dell’organo che permette di pensare.
In cosa consiste dunque il raziocinio? Che sia legato alla completezza e alla integrità dell’insieme del tessuto nervoso? Una corbelleria di questo tipo con la patente di pensiero scientifico è davvero troppo per me!
Un uomo privato del suo lobo temporale ha quote assai raziocinanti.
Un uomo privato del corpo calloso è raziocinante, ve lo assicuro.
Dunque?
Cielo! Dietro il brancolare soggettivo alla ricerca di segni di certezza, una certezza deve pur esserci!
Dice: “Persona = Pensante, vedete di farvelo bastare!”
Ed ecco che la personcina dello scienziato prezzolato pensante va a pensare a come delegittimare un essere vivente predisposto al pensiero: esso non pensa non essendo persona che pensa.
Il sistema che spiega se stesso, pur ricorrendo a sottrazioni o addizioni, è una rara stupidaggine.
Il legislatore allora dovrà precipitarsi in sostegno del prezzolato scienziato pensante con una sorta di aberrazione normativa del cogito cartesiano, ma non è che Cartesio colga la “personalità” del pensante, la sua non era una valutazione ma una funzione. Tuttavia, per qualcuno che ha trovato moderne le armi dialettiche (spuntate) del darwinismo e del tomismo, anche un bel cogito ergo sum piazzato lì a vanvera può avere la medesima maccheronica dignità. E così la vanverologia del raziocinante riempie i tomi, i quotidiani e le zucche vuote a suffragare un’idea balorda ma dall’indiscutibile utilità economica.
Ora è evidente che abbiamo davanti (più che un individuo raziocinante) una creatura che non ha una cultura etica del creato, e rigetta quella che è concezione etica dell’ambiente: il gene ha una componente etica nella quale siamo gettati ma di cui non siamo padroni. Poiché uomo e genoma dimorano, punto. Ethos. Che c’entra la persona? E’ il genoma che determina gli Einstein e i Forrest Gump (due persone, dico bene?), e lo farà ancora per i millenni a venire; tanto per rivendicare la paternità del raziocinio al DNA e non al raziocinante che deambula. E’ il genoma che dà e che toglie, e colui che è scaturito e si è evoluto dal genoma non avrà viceversa mai mano in questo con un microscopio elettronico a scansione a misurare quantitativamente il pensiero. Lascio a voi ogni giudizio di valore sull’evoluzione, quella culturale, e vi lancio una domanda: indovinate perché non è la qualità del pensiero a determinre la legittimità ad essere persona, invece che la quantità?
Would I lie to you?
Racconterò in termini agevoli una storia, la storia della SFERA LEGGENDARIA, che a prima vista è priva di attrattiva, ma che in realtà è molto affascinante e spiega in parte la direzione sbagliata dell’inane sforzo della ricerca genetica e in parte spiega il mio credo in quella evidenza che è la vita benché essa abbia delle modalità apparentemente meccanicistiche (mi si perdonino qui sparute tracce di metafisica).
Quando galleggiavamo pressoché inerti nel famoso brodo primordiale (tanto per partire da vicino), senza braccia, né gambe, né pensiero, un qualche anelito alla conservazione o prospettiva più vantaggiosa al nostro permanere in quello stato, ci indusse a simpatizzare con un’altra vita. Era qualcosa di bitorzoluto e bruttino e galleggiava vicino a noi; e noi, senza la coscienza di noi e della nostra pochezza che allora più di oggi ci poneva alla mercé di qualsiasi folata di vento, entrammo in relazione con questa piccola “inutile” vita.
Saranno stati taluni richiami biochimici (i cito-dialoghi, li battezzerei), una fatalità, un’opportunità, o la vaga “consapevolezza” del succitato bitorzolo della sua bitorzolaggine che, com’è come non è, ci ritrovammo in questo traffico di informazioni citochimiche, da esistenze separate e completamente dissimili, a condividere alla fine un’esistenza sola.
Il bitorzolo di cui parlo è il “banale” mitocondrio (il suo etimo spiega il mito vivente), un fagiolo vivo che campeggia nel citoplasma cellulare e che con le sue capacità di produrre energia, costituisce il motorino della cellula vivente.
Forse senza di essi (sono più d’uno gli inquilini) saremmo, insieme a un mucchio di altri esseri viventi, sostanzialmente diversi: chi lo sa? Masse di grasso immerse nei lipidi, per ovviare all’esigenza del glicogeno?
La scoperta del fatto che il mitocondrio abbia geni propri (essa risale al 1963), ci ha permesso di supporre un evento straordinario: l’informazione di tipo chimico contraccambiata che ha fatto sì che avvenisse un mutuo scambio tra due entità diverse, una cooperazione nella quale fatico a vederci un evento meccanicistico, che è più vicino a un’evenienza utilitaristica di quanto si creda.
Perché? A che pro? Quale evenienza si rendeva imprescindibile?
C’è un estraneo dentro noi (anzi più d’uno). Questo estraneo non potrebbe divenire null’altro che sé stesso (si replica solo per scissione), sia fuori che dentro di noi; questo fagiolino ha un DNA proprio, il furbastro, e non esita a portarsi dietro tutto ciò che lo riguarda, persino le sue inesattezze; esso è se stesso oggi come 1.200.000.000 anni fa, al contrario di noi. Per la precisione, questi mitocondri sono bagaglio materno, sono presenti nella cellula uovo, mentre nello spermatozoo risiedono nella coda, che va perduta alla fecondazione.
Venendo al sodo, l’amicone, compagnero millenario e dei millenni a venire, ci indica con la sua presenza non solo che la comunicazione cellulare, lo scambio d’informazioni, può avere un valore aggiunto al di là del programma automatico dell’essere vivente e pone un problema su chi o cosa (il caso?) regoli a monte specifiche circostanze, ma ci indica in qualche modo l’inafferrabilità della vita e, di conseguenza, che siamo lontani dal risolvere la morte e la malattia.
Queste sono alcune delle numerose malattie da imputarsi a una mutazione infausta del DNA mitocondiale o a cattivi funzionamenti di quest’ultimo ad opera del DNA nucleare. Esse possono in molti casi comparire nelle prime fasi dello sviluppo embrionale oppure comparire nel corso della vita.
Quando il fenotipo fa un pernacchio a Mendel e ai suoi schemi, la genetica si arrende (o dovrebbe farlo) mentre il mitocondrio ride.
- Morbo di Alzheimer
- Oftalmoplegia cronica progressiva
- Diabete mellito
- Distonia
- Sindrome Kearns-Sayre
- Sindrome di Leigh
- Neuoropatia ottica ereditaria
- Encefalomiopatia mitocondriale
- Epilessia mioclonica
- Retinite pigmentosa
- Sindrome di Pearson
Questo elenco, a scopo esemplificativo, dimostra la bugia che racconta chi ambisce all’embrione quale rivelazione per la genetistica. Nessuna ricerca embrionale potrà venire a capo delle falle contenute in un altro codice; e come ignorare che le malattie di cui si sono resi responsabili alcuni geni del DNA nucleare sono un numero esiguo rispetto alle centinaia e centinaia di malattie causate da ben altro che la bizzaria della natura?
Saremo sempre indifesi dunque? Sì.
La cura di poche gravi malattie garantita dal sacrificio di milioni di piccoli Isacco, potrebbe migliorare un pochetto la vita umana ma a fronte di ulteriori sacrifici o prezzi altissimi: il sistema previdenziale, per dirne una, da questa menzogna ne verrebbe annientato e relegherebbe in un cantuccio i morti di fame, i senza-soldi.
Le multinazionali del farmaco che sono in grado di sostenere la ricerca (quella sbagliata), non sono testimonianza della potenza evolutiva dell’uomo, sono qualcos’altro: nuovi dinosauri, grossolani e inadeguati alla natura, che attendono il buon asteroide che li annienterà.
Davanti alla vulnerabilità umana, l’unica difesa è la ragione.