Continuando il discorso aperto in precedenza che sondava l’apporto culturale e spirituale del liberalismo cattolico, mi pare opportuno sottolineare che accusare il cattolico liberale di “catto-calvinismo” (come ho visto fare), ha del grottesco ed è una forma di umorismo involontario. E’ un’accusa espressa nella maldicenza, prima ancora che nell’ignoranza, tipica di certe disposizioni d’animo poco inclini alla dialettica e al pensiero critico. Ed è un’accusa grave che andrebbe seriamente sostanziata. Farsi piovere addosso l’accusa di calvinismo da chi ha già predestinato buona parte dell’umanità, con tanto di nomi e cognomi, alla dannazione, è paradossale (se il calvinismo dannava i meno intraprendenti, "qui" ci si è “evoluti” dannando a seconda della cittadinanza, sporchi yankee sionisti!), non di meno è paradossale che chi porge certi appellativi aneli poi a forme di statalismo anche estremo tanto care, però, al luteranesimo e affini ma totalmente estranee al liberalismo.
Ad ogni modo, il capitalismo individualista è sorto proprio nei paesi protestanti, e sembra che lo si debba specificamente alla forma mentis di cui sopra, stando a Weber. Ma che cosa abbia a che fare il capitalismo individualista col liberalismo cattolico (immagino che il fraintendimento stia tutto qui), lo sa il cielo.
Dunque, nel liberalismo abbiamo due fronti: quello culturale e quello economico (su quest’ultimo mi soffermerò relativamente).
Nel post precedente ogni accusa di relativismo etico rivolta al cattolico liberale viene destituita di fondamento. Il cattolico liberale è un fiero conservatore delle proprie tradizioni, non è un innovatore, non è un “modernista”, non desidera cambiare la Legge di uno iota, ma si pone dialetticamente nei confronti del mondo, pur non essendo mondano.
Le radici del liberalismo cattolico sono da ricercarsi altrove che nel macrocosmo protestante. Prima di tutto nella scuola francescana del XIII secolo (Duns Scoto, Alessandro di Alessandria), in seguito nella neoscolastica spagnola (Scuola di Salamanca) avviata dai gesuiti, tra i quali spicca la figura di Juan de Mariana de la Reina (1535-1624), notevole studioso dell’Aquinate, di etica aristotelica e del rapporto tra legge naturale e legge positiva, tra fede e ragione, quella stessa scuola in polemica anti-luterana, di gran lunga più ottimista e fiduciosa nelle potenzialità dell’umanità.
Piuttosto, la famosa deellenizzazione liberale di stampo luterano del XX secolo, che riconosce in Adolf von Harnack l’esponente principale, non riguarda il cattolico nella maniera più assoluta, il quale riconosce che il cuore del cristianesimo è costituito dal dogma trinitario e dalla cristologia permeati dalla metafisica ellenistica: solo il concetto evangelico di Logos basterebbe per tutto.
Il liberalismo è un orizzonte metodologico, va ribadito, e non un’ideologia, e se si orienta nell’individuare tra le forme di mercato quelle razionalmente più idonee a risolvere la famosa sfida del terzo millennio (leggi fame), non lo fa ideologicamente ma sulla base di un riscontro pratico e realista.
Del resto le economie socialiste hanno lasciato delle cospicue sacche di fame ovunque si siano presentate, e di una gravità di pari grado a quelle lasciate dal capitalismo individualista.
D’altra parte, chi sconfessa il socialismo come ideologia (e se vogliamo finanche come metodo), non sono io, ma una sfilza di papi (cfr. da Leone XIII in avanti) che il cattocomunismo non si risolve a decodificare (urgono forse encicliche in cirillico), la manifesta brutalità col quale si è diffuso si fonda ancora oggi nella predicazione dell’invidia sociale: uno smaccato manicheismo ideologico dal quale guardarsi.
Nella Chiesa anche lo statalismo, parimenti, viene smascherato nella sua valenza assistenzialista, nel gravame burocratico che genera il ben noto fancacchismo (cfr. Giovanni Paolo II), ché la parabola dei talenti non è mica cotica.
Tuttavia, mi preme sottolineare che il cattolico liberale non si pone come il terzo incomodo politico tra i vari pensieri politici giustamente rifiutati dalla Chiesa e dalla sua dottrina (socialismo, nazifascismo etc.), egli usa la soltanto la libertà come metodo, con coscienza critica e sistematica nei confronti della realtà che lo circonda, e se c’è qualcosa di a-politico questa è, e dovrebbe essere, proprio la libertà. Il liberale non è “er mejio der bigonzo”, è un uomo che tiene conto del fatto che la libertà è un’eredità che ci è stata consegnata e che va messa al servizio di Dio.
Le sfide che competono al cattolico, oggi, sono anche quelle che oltrepassano il variopinto panorama liberale che, non dimentichiamolo, vanta numerosi aderenti pure nel vasto mondo laicista, nondimeno tra i residuati bellici dell’anticlericalismo (di fondo degli illiberali, come ebbe a dire un ateo!), luminari del tentennamento che tendono a votarsi all’anarchismo o al legalismo più bieco a seconda delle esigenze. Il loro desiderio di autodeterminazione non è altro che la volontà di separarsi dal corpus sociale nel rifiuto di ogni tipo di autorità (Stato, Chiesa, Magistratura). La cosa strana ed eclatante è che ogni autorità che s’impone viene accettata da costoro ogni qualvolta venga incontro ai loro interessi e propositi. Un sedicente libero che puntualmente reclama una legge ogni volta che viene messo a repentaglio il suo ghiribizzo, è quanto di più comico e tragico insieme si sia mai visto.
Io chiamo questo fenomeno “la deriva legalistica del fondamentalista laicista”, perché la sua libertà è solo un idolo vuoto, e non c’è niente di più lontano dalla libertà che l’idolatria del mezzo, lo schiavismo: il fondamentalismo, dunque.
I fondamentalismi, è noto, si riscontrano, purtroppo, soprattutto in ambito religioso. Il testo che ho pubblicato nel post precedente appartiene ad un prelato spagnolo di fine ottocento (tale Mons. Felix Sarda y Salvany) che pubblicò nel 1886 un volume, al quale appartiene il capitolo segnalato, dal titolo Liberalismo es pecado, che sembra essere ancora grandemente diffuso, sebbene sia bandito, in seno a quelle comunità cristiane fortemente antidemocratiche (holywar.org, le riassume tutte), antiebraiche e antislamiche, dedite prevalentemente all’odio, alla diffamazione e alla maldicenza: materie da tenere lontane come il colera distanti come sono dalla lezione cristiana, necessariamente non fondata sul pregiudizio e sull’anatema.
E’ facile intuire come il fondamentalismo cristiano odierno abbia le sue basi nell’incapacità di confrontarsi con le sfide moderne, nell’inettitudine nel rendere testimonianza al Cristo come c’è stato richiesto. Una sfida su tutte è rappresentata dalla non evidenza della Fede, e l’unica risposta che porge il fondamentalista a questa non evidenza è la forzatura teocratica, quella sottomissione divina (distante anni luce dalla dottrina cristiana, come osservava Claudio in precedenza) per cui Dio diventa il mezzo, la mazza ferrata, atta a ristabilire l’ordine delle cose. E’ già stato detto che non c’è niente di più lontano da Dio che la teocrazia, e io concordo: l’idolatria del mezzo anziché la devozione al fine, poiché Dio è il fine ultimo dell’Uomo. Ecco che il fondamentalista su questa base sovrappone peccato e reato: un errore clamoroso che equipara le leggi di Dio alle leggi del mondo in una deriva legalistica feroce tanto quanto quella laicista. Non dimentichiamo che nello scatenarsi del furore anticlericale declinato nell’ateismo collettivo di stampo postilluminista è parte in causa anche il dominio temporale ecclesiastico. Ciò che non ha mai condotto tanti uomini verso Dio è stata proprio l’idea di sottomissione, di coercizione, che aveva preso il sopravvento sulla Grazia.
Del resto se Giovanni Paolo II ravvisava nel comunismo quel “male necessario” atto ad illustrare al capitalismo individualista le sue abominevoli lacune, non di meno gli ateismi nichilistici e utilitaristi hanno la medesima funzione nel raddrizzare la Fede.
Il fondamentalismo legalista di entrambi i fronti, laicista e religioso, si volge soltanto verso quelle “legittimità” negative, tutte tese a togliere, sottrarre, annullare piuttosto che a dare. Il contrario della libertà. E chi toglie alla libertà, toglie anche alla verità.
Tuttavia, in talune occasioni, il fondamentalista cattolico riscopre le ragioni dei suoi principi nel fondamentalismo altrui, quello islamico per esempio, e lungi dal prestare un benemerito e prezioso soccorso cristiano a chi è stato lungamente privato della libertà di servire Dio (pare che occorra essere filoislamici per accorgersi delle ingiustizie fuori e dentro l’islam, no?), lungi dall’essere testimone di Cristo riconoscendo nella redenzione una redenzione di liberi e non di schiavi, costui, con quella aggressività manichea che pretende di possedere l’autorità per dividere il mondo in buoni e cattivi, in salvi e dannati, intende servirsi della schiavitù altrui con uno scontato e raccapricciante schematismo ideologico, sia per liberarsi una volta per tutte da quegli esempi umani che verosimilmente infangano la libertà (privandoli deliberatamente della caritas e della pietas che si devono a coloro che la libertà l’hanno fraintesa, come Cristo insegna), sia dai nemici comuni (il nemico del mio nemico è amico mio) e, a sentir costoro, il “nemico” si è già insediato con le sue danarose lobby anche sul soglio di Pietro (!!!). Ci siamo sorbiti il cattolicesimo socialista, il cattolicesimo fascista, che oggi non si fanno mancare il compendio islamista, cattolicismi diversi ma uniti nel comune denominatore insospettatamente nichilista che anela alla rovina della cultura del Logos e della redenzione umana, che suppongono di impartire lezioni di moralità, di giustizia, per tramite di chi ricopre di pietre, ancora oggi, un’adultera.
Vi lascio nella sublime compagnia di tre citazioni tratte da credenti sulle quali meditare, a chi appartengono ve lo dirò in un orecchio. Tutte e tre, a differenza dell'altra ottocentesca, sono recenti. Recentissime.
"[…] Non credete alla democrazia, né nella Costituzione [...] Non credete alle opere dell’uomo moderno. Egli è una povera creatura maledetta, per sua stessa volontà. Egli costruisce sulla sabbia, e i suoi castelli sono sull’orlo del collasso."
Lo dico a quei lettori che ancora e ancora - offensivamente, infine - mi tacciano di filo-islamismo. Ripercorro alcune delle loro offensive obiezioni.
C’è un piano dell’Islam per convertirci in massa, noi occidentali, e «con la spada».
Non può esserci un «piano», perché non c’è una guida unitaria dell’Islam che lo abbia concepito, anzi non c’è «un» Islam ma tanti, nazionali, in lotta tra loro.
Ma se anche fosse - e certo gli immigrati quando saranno molti e troppi proveranno, loro credenti, a convertire alla loro fede noi kafir - «da che cosa» ci convertiranno?
Non «dal» cristianesimo, non dalla vera fede.
Pretenderanno di convertirci dalle discoteche dove i nostri ragazzi bevono in una sera 300 euro di vodka e le nostre figlie sedicenni «fanno gare di sesso orale» nei cessi (come ha rivelato un’inchiesta de La Padania, giustamente titolata «I nostri figli sono dei mostri»), senza contare le «paste» (pasticche di ecstasys) consumate, e l’Lsd.
Uno dei «nostri ragazzi» spiega come avviene: una ragazza sconosciuta, nel buio, ti bacia in bocca e ti mette in bocca una «pasta»; la sera dopo la cerchi, e lei non ti bacia più, ti porta dal suo ragazzo spacciatore.
Da questo ci convertiranno gli islamici?
Perderemo queste vette della nostra civiltà? [...]”
Essa è facilmente preda del desiderio, per questo ne vediamo tante diventare prodotti sul mercato. Se la copri la preservi, la proteggi, neutralizzi il suo istinto sessuale e anche quello degli uomini. Allah ha chiesto a entrambi i sessi di tenersi a freno ma la donna deve sforzarsi di più in quanto è sensualità, è bellezza, di più: è la materializzazione della bellezza sulla terra. L’Islam ha dato la libertà alle persone, ma ha posto dei limiti. Gli esseri umani hanno bisogno di regole. La libertà assoluta comincia coi peccati venali e finisce con quelli mortali. Allah ha voluto così chiudere la porta del male.
Ci sono due lati nella cultura occidentale; uno è il progresso tecnologico che ammiro; l’altro è la cultura del vizio, ovvero la libertà sessuale. Per questo aspetto, noi musulmani abbiamo pietà di voi e ci preoccupiamo della vostra condizione. Per questo, vi chiediamo di dialogare con noi per stabilire alla ï¬ne chi, tra le due nostre civiltà, ha ragione e chi ha torto. L’Islam non considera la Cristianità una religione.
Il Cristianesimo è una denominazione che indica un gruppo che segue Cristo; l’Islam invece è una religione, una religione universale, che ingloba tutte le religioni. Se un cristiano ama il Cristo ed è un suo fedele, non c’è problema, a condizione che accetti l’Islam, la religione che comprende tutte le altre religioni, perché Cristo, Mosé, Abramo e tutti i profeti hanno preannunciato la parola dell’Islam. Cristo ha impartito i suoi comandamenti, ma i cristiani non li seguono. Musulmano è colui che si dà completamente a Dio, che è uno, che non è mai nato, che non ha eguali. Cristo ha detto sono il servo di Dio, ma non ha detto sono il figlio di Dio, e non ha mai detto sono Dio. Cristo non ha detto niente sulla trinità. La trinità non è accettabile per l’Islam.
Tutti coloro i quali sono al di fuori dell’Islam li chiamiamo infedeli.
Se [ebrei e cristiani, ndr] dicono di essere monoteisti e accettano Maometto come profeta di Dio, e credono in tutti i profeti, allora nella nostra dottrina sono anche musulmani.
Coloro i quali non accettano i cinque pilastri dell’Islam, li chiamiamo kuffar, infedeli. Chi sostiene che Gesù è il figlio di Dio è un mushrik, un politeista. E comunque non tutti gli infedeli sono nemici.
E’ più soddisfacente essere la quarta moglie di un musulmano che l’apprezza per quel che è, che la ragazza di un occidentale che va e viene e che la sua carne la consuma.
Lo scritto che segue è il capitolo di un volume che è stato composto da un credente ed è emblematico dell’idea che ha dei suoi correligionari: al cattolico liberale piacciono le lenticchie. Il liberalesimo, dal suo punto di vista è “il mostro dei nostri tempi", "il male di tutti i mali", "un’eresia mortale", "il leone ruggente tra l’erba in cerca di chi divorare." A seguito del dibattito che si è più o meno sviluppato su tre blog di matrice cattolica, propongo questo brano in particolare (di cui rivelerò l’autore successivamente) in cui il liberalesimo cattolico viene trattato, piuttosto che come un orizzonte morale e culturale, come un vero e proprio credo attecchito nell’apostasia. Questa aspra critica (perdonate l’eufemismo in luogo di “iniqua spallata maldicente”) è in sostanza la maniera sbrigativa per rendere il liberalesimo, con un contegno demagogicamente elementare, direttamente responsabile dell’immoralità diffusa. La cultura liberale cattolica viene, in modo peregrino, ridotta in pratica alla massima dalla parvenza razionale “io non farei mai le cose che fai, ma non posso impedirtelo, perciò, falle pure”, che promana echi capezzoniani.
Laddove c’è un libertario che con un’affermazione di questa portata omette deliberatamente di indagare la moralità delle azioni che compie ma si fa soltanto portavoce della sua libertà di agente, di contro c’è un liberale cattolico (e qui sta il nodo cruciale) che tuttavia si pone il problema del discernimento poiché la sua condizione naturale di libero è radicata nella volontà divina e nella sua legge. Il cattolico liberale non tollera affatto il sofismo della menzogna, egli non tollera minimamente l’errore nell’approccio deontologico, finisce solo per tollerare l’errante premurandosi di metterlo davanti alla verità senza separare questa dalla libertà (verità della libertà), e questa tolleranza è di alta pratica cristiana. E come pratica il cattolico non liberale, invece, questa tolleranza? Con la maldicenza, il pregiudizio e la reazione legalistica (tipica dei fondamentalismi): gli effetti di una fede minata in pieno dal dilemma moderno. Le scomuniche ad opera di credenti contro il liberalesimo sono motivate dalla concezione utilitaristica, ancora impregnata di tematiche del diciannovesimo secolo tipiche della "civiltà dei lumi" che avevano istaurato la dittatura della libertà e del “razionalismo”, dando luogo al relativismo e all’agnosticismo contemporanei. E’ platealmente manifesto, quindi, quanto il cattolico liberale che si interessi di questioni deontologiche (modesti esempi sono su questo blog) non si pieghi affatto ai relativismi o agli agnosticismi e, tanto meno, nelle posizioni del cattolico liberale si possono riscontrare “nichilismi morali” o “edonismi narcisistici” tanto cari a Mill o a Stirner, che rappresentano i modelli del solipsismo utilitarista e anarcoide ("sono libero di fare ciò che mi va") certamente distanti dalla lezione cristiana.
Nel prossimo post mi piacerebbe trattare se sia filologicamente corretto attribuire posizioni dichiaratamente anti-liberali alla Chiesa e, di conseguenza, trattare del fondamentalismo religioso.
“La pace in tempo di guerra è un’incongruenza. I nemici in guerra non possono divenire amici. Laddove la pressione delle forze in conflitto si fa più intensa, c’è poco margine per la riconciliazione. Queste assurdità e contraddizioni le troviamo nel tentativo odioso e ripugnante di unire il liberalismo a cattolicesimo. Il prodotto di tale mostruosità è conosciuto come il liberale cattolico o cattolico liberale. Per quanto possa sembrare strano, i cattolici armati di buone intenzioni hanno pagato il tributo a queste assurdità indulgendo nella vana speranza di pacificazione con il nemico eterno. Questo clamoroso abbaglio prende spunto dal desiderio vano ed eccessivo di riconciliazione e armonizzazione pacifica, principi assolutamente incompatibili e contrapposti per loro stessa natura.
Il liberalismo è l'affermazione dogmatica dell'indipendenza assoluta dell'individuo e delle ragioni sociali. Il cattolicesimo è il dogma della sottomissione assoluta dell'individuo e dell'ordine sociale alla legge di Dio. Ciascuna dottrina è l'antitesi esatta dell'altra. Sono antitetiche e in conflitto diretto. Come è possibile conciliarle? Gli opposti esprimono necessariamente un conflitto, essi non si armonizzano in nessun altro modo se non facendo quadrare il cerchio.
Ai promotori del liberalismo cattolico la cosa sembra abbastanza facile. "E’ meraviglioso," dicono, "se una coscienza individuale desidera conformarsi alla legge di Dio, ma dobbiamo distinguere tra ragioni pubbliche e private, particolarmente in un'età come la nostra. Gli Stati moderni non riconoscono il primato morale di Dio, tanto meno riconoscono la Chiesa. Nel conflitto delle diverse dottrine religiose, la ragione pubblica deve ergersi come entità neutra e imparziale. Quindi occorre necessariamente l'indipendenza della sfera pubblica. Lo Stato in quanto Stato non deve avere religione. Si lasci ciascun cittadino, se lo desidera, aderire alla rivelazione di Cristo, ma lo statista e l'uomo nell’ambito pubblico devono comportarsi come se nessuna rivelazione fosse mai avvenuta." Ebbene, tutto ciò significa ateismo civile o sociale, significa che la società è indipendente da Dio, il relativo creatore; e, mentre gli individui possono riconoscere la loro dipendenza dalle leggi divine, la società civile non dovrebbe affatto - un distinguo il cui sofismo è fondato su una contraddizione intollerabile.
È chiaro che, se la coscienza individuale è obbligata ad assoggettarsi alla legge divina, la sfera pubblica e la ragione sociale non possono disimpegnarsi logicamente dallo stesso dovere senza cadere in un dualismo esasperato, in virtù del quale gli uomini sarebbero costretti ad offrirsi alla legge delle due contrarie e opposte coscienze. Privatamente, gli uomini dovrebbero essere cristiani, sarebbero poi pubblicamente liberi di essere atei.
La strada è quindi aperta ad un’odiosa tirannia: se la coscienza pubblica fosse indipendente dalla legge cristiana e la ignorasse, non ci sarebbe riconoscimento pubblico dell'obbligo di proteggere la Chiesa nell'esercizio dei suoi diritti. Non di meno, il potere civile elaborerebbe prontamente mezzi di persecuzione e regole ostili alla Chiesa, mettendo al bando la legge divina; potrebbe realmente, con il pretesto dell’autorità, legiferare persino contro la cristianità. Non è fantascienza: la Francia e l'Italia, in base all'indipendenza sovrana della ragion di stato, hanno promulgato leggi odiose che tengono la chiesa legalmente imbavagliata. Il Santo Padre, per esempio, egli stesso è un prigioniero all'interno del Vaticano a causa dell’usurpazione violenta dei suoi territori da parte di un governo ateo.
Ma i risultati della funesta dicotomia non si limiterebbero solo ad attività legislative e amministrative assoggettando la chiesa alla persecuzione sociale e civile, in tempi recenti si è tranquillamente andati oltre estendendo la sua odiosa influenza nelle aule scolastiche, propagandosi e disponendo la formazione dei giovani sotto il proprio dominio, formando la coscienza del giovane, non secondo le leggi divine, che riconoscono la volontà di Dio, ma sulla premeditata e attenta ignoranza di quella legge. Una formazione secolare che grava sul futuro e alleva all’ateismo i cuori delle generazioni future. Il cattolico liberale, o liberale cattolico, che ammette questa distinzione fra coscienza pubblica e privata, apre così i cancelli ai nemici della fede mentre si pone come uomo di intelletto dallo sguardo generoso e liberale, annulla la ragione tramite una trasgressione del principio di non contraddizione. Egli è sia un traditore che uno sciocco. Cercando gratitudine dai nemici della fede, ha tradito la sua fede, la Fede stessa; immaginando di sostenere il primato della ragione, egli invece la svende, nel senso più abbietto, allo spirito della smentita, lo spirito della menzogna. Egli non ha il coraggio di sostenere la derisione del suo abile nemico. Essere definito intollerante, illiberale, gretto, ultramondano, reazionario, rappresenterebbe la spugna imbevuta di fiele e aceto per la sua piccola anima. Sotto questo fuoco di epiteti cede, rinunciandovi, la sua primogenitura per una zuppa di stampo liberale.”
Il Papa, nell’udienza alla quale hanno partecipato 22 paesi islamici e le organizzazioni musulmane italiane, le ha cantate chiare, come solo un uomo cristianamente mite, e che abbia ancora in animo la voglia di dialogare con i sordi, può fare (richieste indifferibili, però, condivise all’unanimità da tutto il mondo libero, ché “quelli” saranno pure sordi, ma noi ci sentiamo benissimo):
Perché a questi “amici” riesce difficile pronunciare la parola “libertà” (che riassume anche il concetto di reciprocità)?
L’Islam è una teocrazia arcigna che sovrappone il diritto alla legge morale confessionale: essendo di Dio, per ogni credente, il primato sulla morale, l’integralismo confessionale pensa bene di sostituirsi a Dio stesso, in una sorta di pantomima assolutistica che nel medesimo tempo lo sconfessa e lo nega.
Se infatti Dio fosse un’entità dispotica, avrebbe forse bisogno di certi tirapiedi in terra? Non porrebbe forse le sue schiere angeliche ai quattro angoli del mondo a fustigare i “disobbedienti”?
Ha forse bisogno di una mano terrena che autoritariamente metta fine ad ogni iniquità?
Non risiede forse Dio nel cuore dell’uomo e non nella norma o nell’ordinamento sociale? A me questo Dio-don Rodrigo che si affida ai suoi bravi per recapitare messaggi minacciosi all’umanità disobbediente pare proprio inverosimile. E soprattutto grottesco.
Per entrambi i nostri amici di cui sopra, però, la libertà dell’uomo (accantoniamo pure il libero arbitrio che è faccenda intricata) è un abominio che, come per un riflesso pavloviano, evoca lo spettro liberista e liberal-massone (possinoammazzallo!). Nello specifico, per i cattocomunisti l’Islam rappresenta la riscossa del diseredato, che lungi dall’essere un uomo libero, quanto meno anela a liberarsi dall’occidentalità aberrata dal denaro (sterco di satana!), trascurando il fatto che il denaro permette sovente al diseredato di vivere in case anziché in baracche (e il diseredato, a dispetto dei suoi paladini di casa nostra, lo sa benissimo, visto che viene in occidente apposta e non per farsi un’ardimentosa gita in canotto al termine della quale ritrovare nella sua nuova patria l’avita baracca). Anche per i clericofascisti l’Islam rappresenta il riscatto sociale (in fin dei conti Mussolini era socialista oltre che populista, ostile per principio alle demoplutocrazie), ma costoro vengono sedotti anche da un’altra, non secondaria circostanza: il clericofascista butta un occhio benevolo alla dimensione moralistica, più che morale, di questa religione. Con l’esempio islamico, "pussano via" non solo i liberali (brutti figli di una protestante!), ma anche i libertari con tutti i libertini al seguito (che il diavolo se li porti!).
Piuttosto che stabilire con l’Occidente e con le indubbie aberrazioni occidentali del concetto di libertà (sicuramente in gran parte travisato) un rapporto critico e dialettico a partire, però, dal riconoscimento dei valori comuni, costoro trovano opportuno dialogare in una sorta di flirt vendicativo e bamboccio (gli eredi dei totalitarismi sconfitti devono ancora cavarsi il sassolino nella scarpa, in qualche modo) con chi della libertà fa scempio, ma non secondo l’esempio del Papa, disposto da uomo libero a essere addirittura frainteso, al quale anzi rivolgono l’invito “statti zitto, Papa, ché quelli s’incazzano”, ma con un dialogo servile e interessato, qual è quello che si può instaurare con l’arrogante e il prevaricatore, lo stesso dialogo in definitiva, nelle modalità, che il Sadduceo (l’amicone furbo del Fariseo), al quale l’uomo libero per eccellenza e affrancato dal letteralismo religioso – il Cristo – stava non poco sulle scatole, preferiva instaurare con l’intransigente, potente e superba Roma.
Babylon By Bus
Attualmente sono state censite circa quattro miliardi di pagine web, e sono in costante aumento.
Solo lo 0,01% dell'informazione presente è davvero utile e/o attendibile e l'indice si riduce di anno in anno.
Le informazioni "taroccate" che vengono messe in circolazione sul web sono maggiormente quelle a carattere medico o scientifico.
In Italia, secondo il rapporto del Censis, sono 4 milioni i navigatori che cercano informazioni sulla salute; di questi il 60,2 % si fida delle informazioni in rete.
Un esempio di queste informazioni?
Voce "urinoterapia": qui, qui, qui (ho segnalato poche fonti? A me sono bastate. Non temete, contengono tutte una sorta di web ring sul tema.)
L'accesso a internet non pare aver migliorato il grado di istruzione degli utenti a livello mondiale. La National Science Foundation (Usa), per esempio, ha condotto un'indagine su un campione di circa duemila utenti della rete, questi sono alcuni dei dati emersi: il 49% ignora che gli antibiotici non sono in grado di neutralizzare un virus; il 34% dichiara di credere nell'astrologia; il 29% afferma che l'astrologia ha un'attendibilità scientifica; il 33% crede che gli extraterrestri siano già scesi sulla terra, un numero allarmante di persone non è in grado di definire cos'è una molecola.
Ma chi accede alle informazioni in rete?
In Italia accede a internet il 20% della popolazione, di questo 20%, il 5% circa ha la licenza elementare, il 31% la licenza media, il 45% un'istruzione di secondo grado, il 18% ha una laurea. Oltre il 35% svolge una professione di tipo impiegatizio, il 25% studia; i professionisti, i dirigenti, gli artigiani non sfiorano il 10%, insieme a casalinghe, pensionati e disoccupati. Secondo INVALSI il 34.6% degli italiani è classificabile come "analfabeta di ritorno" (esposto a rischio alfabetico verticale che comporta il regresso al titolo di studio inferiore quando questo non sia stato esercitato convenientemente per cinque anni), mentre il 30.9% come "illetterato" (pur possedendo un certo repertorio di lettura e scrittura, non è in grado di utilizzare correttamente il linguaggio scritto per ricevere o per formulare concetti), dulcis in fundo, l'8.5% dei laureati ha serie difficoltà nella stesura di un testo o nella comprensione di un'informazione. Il 66% dei diciottenni, in possesso di diploma, ignora il significato di "causale". (Dalla ricerca sono esclusi gli analfabeti totali, che tuttavia si aggirano intorno ai 2 milioni).
E' chiaro "chi" è esposto a certa pseudoinformazione priva di alcun controllo?
(Dati Censis, Istat, Eurisko)
Segnalo qui quanto postato da Piccolo Zaccheo, relativamente al nauseabondo pornoassedio a cui tutti veniamo sottoposti, che prende spunto dall'ottima analisi che E. Michael Jones fa della rivoluzione sessuale e dintorni. Cito uno stralcio dell'intervista fattagli da Iannaccone: Tornando dalla sfera pubblica a quella privata, nella sua ultima opera, «Libido dominandi», recentemente pubblicata negli Stati Uniti da St. Augustines’ Press (pagine 662, euro 27,78), lei considera la rivoluzione sessuale come una forma di controllo sociale. Eppure, nell’opinione comune, è esattamente il contrario. «Lo sradicamento dal precedente sistema di valori non si è risolto in un incremento di libertà, ma esattamente nell’opposto. Libido dominandi è frutto di un lungo studio e della raccolta di molti dati sull’argomento. Fu De Sade ad esprimere limpidamente il concetto in La filosofia del Boudoir: “Se vuoi controllare la gente, promuovi il vizio”. È ovvio. Se la cultura si stacca dal modello della “Città di Dio”, deve adottare quello della “Città dell’Uomo”. Alla legge dell’amore e del servizio deve sostituire quella del dominio sugli altri. L’Occidente distolto dalla “Città di Dio”, ha creato forme di controllo sociale sempre più sofisticate. Anche Aldous Huxley riconosceva che le più raffinate forme di controllo sono legate alla manipolazione delle passioni. La cultura dominante - in America e altrove - afferma, per esempio, che la pornografia è espressione di libertà. La verità è che essa è un’efficace strumento di controllo della libertà. La verità è che De Sade aveva visto lontano».